O genti buone,
Se i canti miei v'han dato un entusiasmo,
Se una scintilla dell'anima mia
V'arse un istante, siatemi cortesi
D'una lagrima!

Ho qui dentro un'angoscia
Che non ebbi giammai!… Oggi ho perduto
L'illusïone del mio primo amore!
Questo è il mio dì fatale!… E l'abbiam tutti,
Genti buone, quaggiù!… Questo è il meriggio!
Questo è il triste meriggio della mia
Povera vita!… E mi coce il sollione
Dei più torbidi affetti, ed ho nel cuore
Il fuoco e lo splendore smaglïante
Che nel meriggio abbacina ed uccide!

Io sono solo, e piango, ed amo ancora!

Milano, febbraio 187*.

SERA

Quando dai margini—verdi, le Driadi,
Fuggendo i roridi—guazzi del Vespero,
Solinghe traggono—verso gli spechi,
I campi han echi

Indefinibili;—la brezza mormora;
L'estremo bacio,—coi raggi vividi,
Sugli alti culmini—dardeggia il sole;
Rose e vïole

Pingon la glauca—vôlta dell'etere;
I grilli trillano—fra l'erbe tenui;
E dentro il calice—chiuso dei fiori,
Nido d'amori,

Trovano un talamo—pieno d'effluvii
Gli insetti; i placidi—sonni discendono;
Ed accarezzano—le fronti umane
Estasi arcane.

È allor ch'io medito—dei melanconici
Miei versi il flebile—metro!… Di lagrime
Un vel m'intorbida—l'occhio languente;
Allor, dolente