Splendide le sale dell'Albrizzi, dove (canta il Montanari):
Undici nazïoni in una sera.
La Cinese tra lor . . . .
. . . . . . . . concordi
Offerivano incensi ad Isabella:
illustri gli ospiti, e basti dire che Ippolito Pindemonte, durante le sue dimore invernali in Venezia, non lasciò scorrer sera che non vi andasse per qualche ora; basti ricordare che o più presto o più tardi vi passarono tra' forestieri il Denon, il Maisonfort, la Lebrun, il Byron, la Stael, il Chateaubriand; fra gli italiani il Cesarotti, il Cicognara, il Botta, il Monti, il Rasori, il Carrer, il Foscolo: il quale, capitatovi giovinetto e persuaso dall'esperienza della celeste Temira, che aveva diciotto anni più di lui, vi si indugiò ad ascoltare le prime lezioni di filosofia della vita. Ma lasciamo i colloqui intimi; e lasciamo anche le serate di gala, nelle quali l'italiano o il francese o l'inglese famoso sono mostrati alla folla come insegna e richiamo: veniamo a' convegni usuali, composti, pacati; chè allora si intende quale sia il salotto: non così finchè undici persone di undici paesi diversi, compreso un chinese, stanno lì a offrire incensi alla padrona di casa.
Il Malamani scavò nel Museo Civico di Venezia certo scritto di Lorenzo Paron, specie di processo verbale di una di quelle adunanze; ma nel pubblicarlo, quasi a malincuore, soggiunse che per quel documento pioveva sulla conversazione dell'Albrizzi un raggio pallido e strano. Io posso riepilogare, non riferire lo scritto del Paron; avverto soltanto che, invece di un raggio pallido, pare a me che esso mandi luce vivissima. Da principio, dialoghi insulsi inframezzati di barzellette grassocce; a un certo punto la signora, senz'appiglio alcuno, senza che se ne sappia il perchè, esce fuori a domandare se vi sieno commentari oltre quelli di Cesare: — “Uhm! no.„ — “No? e allora, — ribatto, — come va che Plutarco che consultavo stamattina parla di commentari, ecc., ecc.?„
E io me li figuro que' dotti tutti o più o meno innamorati. “Ah! che donna! che divino intelletto! Consulta Plutarco di mattinata!„ — Ognun d'essi a farle colpo sfodererà la propria dottrina; e si palleggiarono difatti, narra il Paron, Demostene, Livio, Seneca, Platone. Vi ricordate le parole del Lamartine? Dialoghi di defunti: dissertazioni non conversazioni. Il Denina del rimanente e in argomento di lode, lo dice schietto del salotto della Verza a Verona: una vera accademia di belle lettere: e il Montanari dichiarando, soggiunge: “nè quella che aveva fondato in Milano un secolo prima Teresa Visconti, e di cui parla il Tiraboschi nella storia della nostra letteratura, era stata men benemerita.„
Dunque accademie; e diciamo pure benemerite, sebbene non si vegga quali fossero le vantate benemerenze, ma salotti no. Non già che non possa parlarsi in un salotto, e non si parlasse forse anche a Parigi, di Platone o di Seneca; ma qui se ne parlava soltanto per far pompa di un'erudizione che era fine a sè stessa. Tutte quelle donne, alle quali il bravo Girolamo Pompei aveva insegnato il greco, non potevano stare se non rammentavano a tutti ogni momento che lo sapevano. Non un pensiero originale mai, non mai un'arguta sentenza, di cui dovrebbe trovarsi ne' carteggi o nelle Memorie la traccia. La maggior parte de' frequentatori di que' salotti era quello che era: nè poteva aspettarsi che dalla testa di Mario Pieri, dell'abate Franceschinis o di Clementino Vannetti uscisse ciò che usciva dalla testa del D'Alembert, del Grimm, del Diderot; ma lo stuolo eletto c'era anche qui. Se non che, in Francia la D'Houdetot, la Geoffrin paiono avere a regola e guida la risposta di Curzio Dentato a' Sanniti: “Io fo poco conto dell'oro: molto di signoreggiare su coloro che lo posseggono„; così ad esse piuttosto che l'ostentare il proprio ingegno e la propria coltura premeva incitare l'ingegno, sfruttare la coltura altrui, e vi si adoperano con tatto meraviglioso. Non pretendono insegnare, osservano e imparano, mutando a poco a poco la istintiva chiaroveggenza in sagacia incomparabile. Vous avez été charmant aujourd'hui, diceva una volta la Geoffrin a Bernardin de Saint-Pierre dopo aver lungamente conversato con lui: e l'altro: Je ne suis qu'un instrument dont vous avez ben joué. L'Albrizzi, la Verza, invece, primeggiano nei loro salotti: e composto intorno a sè un uditorio, fanno cattedra del canapè. La conversazione perciò a casa loro cammina sulla traccia segnata dal loro ingegno mediocre, dalla loro coltura grave ed angusta. La Geoffrin, la D'Houdetot pensano agli altri: battono selce con selce, per isprigionare scintille onde poi si accendano e propaghino nuove luci a irraggiare la Francia; la Verza, l'Albrizzi pensano a sè; vogliono andare a' posteri e, perchè sentono che non han forza a tanto viaggio, cercano chi le accompagni e sorregga. C'è, sì, anche a Parigi, una donna che non si rassegna nel proprio salotto alla parte modesta di ascoltatrice attenta o di incitatrice opportuna, e disputa e giudica e impone: la Du Deffand: ma quale donna! l'acume e lo spirito fatti persona. Le sue lettere, documento prezioso alla storia politica, sociale, morale della Francia d'allora, sono capolavori di naturalezza, di grazia, di malizia, di profondità. Paragonate, i suoi Portraits con i Ritratti della Verza e dell'Albrizzi: quelli potrebbe averli fatti il Saint-Simon, questi, a dire il vero, non vorrei averli fatti nemmeno io.
Ancora: io non vi do quelle donne francesi per stinchi di santo, ma la civetteria era bandita da' loro salotti: ne' salotti invece della Verza, dell'Albrizzi, della Martinetti è uno spasimare continuo e un continuo provocare gli spasimi. Spasima il Monti per l'Albrizzi: