Chiudi, o misero cor, chiudi la porta:
Non mostrar tue ferite alla superba,
Chè in quel bel seno la pietade è morta.
Spasima (o si sfoga quasi con le parole medesime) il Costa per la Martinetti:
Atti soavi, altere voglie oneste,
Senno e virtude non mai pigra o stanca.
Fuor che un po' di pietà nulla le manca.
E spasima il Giordani, ma egli si sfoga con parole troppo più acerbe.
Io non mi ricordo nemmeno più se i sospiri sieno piacevoli nei colloqui in due; certo è che in tre sono insopportabili; peggio fra dieci o dodici. Nulla di più antipatico che i languori portati a processione, nulla che geli più la conversazione della presenza d'un innamorato infelice. Il salotto della Recamier, che rammenta quello della Martinetti, guasto appunto dalla coorte degli spasimanti inascoltati, per cagion loro appare agli occhi nostri meno attraente di quelli che lo precederono.
Ve la ricordate la Recamier? Due generazioni di uomini illustri le si prostrarono innanzi adoranti; fu tenuta per la più bella donna di quel tempo, che pur mirò la Tallien, la Santacroce, Giorgina Spencer e la duchessa di Devonshire. Luciano Bonaparte smaniò, Augusto Kotzebue sofferse, Matteo di Montmorency pianse, Beniamino Constant impazzi quasi per lei: a lei il Ballanche e il Chateaubriand volsero morendo gli occhi amorosi.