Fanti rivenne dalla guerra di Spagna capitano e un po' mazziniano. Il Governo provvisorio di Milano lo nominò colonnello delle milizie lombarde. Dopo Custoza, e' si mostrò poco riverente verso Carlo-Alberto e poco entusiasta della casa di Savoia. Egli segnò, col signor Restelli, un libello in questo senso. Nondimeno e' si ritirò a Torino quando Radeztki riprese Milano, ed entrò al servizio del Piemonte. Dopo il disastro di Novara lo si pretese implicato nell'infelice processo di Ramorino: ma il generale Lamarmora riconobbe la falsità di questa insinuazione, e la sventò. Fanti fece la campagna di Crimea, poi quella del 1859. Egli fu inviato quindi nell'Italia centrale, onde organizzarvi l'esercito. Ed è da quell'epoca che data la sua ostilità con Garibaldi. Fanti però agiva di concerto col re e col conte di Cavour, e loro organi erano Cosenz e Malenchini, i quali vedevano il tentativo su Roma, cui mirava Garibaldi, per lo meno prematuro.

Il general Fanti fece poscia la campagna dell'Umbria, la quale, quantunque materialmente, brillantemente comandata dal generale Cialdini, fu concepita e tracciata da Fanti. Lo si dice forte in strategia, ed in generale assai istrutto nelle scienze militari. Io ho inteso perfino attribuirgli la prima idea di quella conversione di fronte che portò l'esercito francese dal Po sul Ticino. Qualunque sia però la sua capacità, gliela si contesta, a cagione del suo carattere troppo brusco, troppo secco—cassant. Egli parla male, poco, sempre di un tono irritato. Egli è severissimo—ma non senza predilezioni. Si lascia dominare dalle antipatie per certo, se sa talora resistere alle simpatie. Gli si rimproverano, in una parola, numerosi torti, e gravi e funesti, che io non m'incarico nè di assolvere nè di contestare. Però non gli si tiene conto di un merito supremo.

Il generale Lamarmora aveva organizzato un magnifico esercito piemontese: il general Fanti ha creato l'esercito italiano. Egli gli ha dato lo stampo, lo spirito di corpo, l'orgoglio, la coscienza del suo valore; lo ha preparato alla vittoria. Perocchè vincere, gli è conoscersi.

Fanti non osa, perchè egli vuol essere sicuro di ciò che fa. È uomo di principii: è convinto. Poi è uomo onesto, come tutti gli uomini di Stato del Piemonte, del resto. È la sua mancanza di audacia che lo fa sembrare testardo, e che risveglia intorno a lui tanti odii e tanta collera. Fanti è il solo che osasse resistere al conte di Cavour. Il re non lo ama ma lo stima.

Il general Fanti ha lasciato anch'esso il portafogli per ritornare alle delizie dell'in disponibilità presso del Ministero. Si assicura ch'egli lasciasse le cose della guerra in grave scompiglio, anzi in completo disordine. Io diffido di questi rumori. Il generale Fanti ha dei nemici implacabili—l'esercito dei volontarii—ingrati! e l'ex-esercito dei Borboni—ingiusti! Con ciò, fosse anch'egli un Carnet, ve lo si darà irremissibilmente come un imbecille. Il general Fanti, rientrato in Senato, vi fa la sua siesta, attendendo il ritorno del sorriso della fortuna—la guerra ed il portafogli.

Per il momento, il suo posto è occupato da Della Rovere-Pascià. Pascià e mezzo se vi piace! Egli non lo sarà mai quanto le circostanze lo esigono. Della Rovere continua l'opera iniziata dal Fanti, senza tamburi nè trombette, e lascia guaire chi guaisce, gridare chi strepita. E' non mi sembra un uomo imbarazzato dalla moltiplicità delle idee: ma ciò che egli sa, ciò che egli vede, è netto e chiaro. Io non ho veduto mai un uomo parlare con più sicurezza, con più convincimento. Sembra che sputi oracoli. Egli non svolge la difficoltà, non colora nulla. Accetta la responsabilità del suo fatto, testa alta, petto scoverto. Non mi pare inoltre entusiasta della libertà; preferisce la disciplina—e della buona specie! Lo si acclama come amministratore abile—ma non audace. Continua, non riforma. Sa, non inventa. Però, come si confonde sovente la parola di amministratore con quella di burocratico, io mi riservo giudicarlo a quando vedremo il nostro esercito in faccia del quadrilatero. Io stimo la scienza del rapporto, cui si qualifica sovente per la scienza amministrativa, meno che un zolfanello bruciato, meno che una mozione dell'onorevole Baldacchini, un frizzo di De-Cesare, o il sapere politico dell'onorevole Ciccone. Malgrado ciò, lo confesso, io confido nel signor Della Rovere—il discendente di Giulio II, come ebbe a dire un giorno il poetico Bertolami—che non sa adulare!

Della Rovere non è fanfaron: non promette che con riserva: vuota il fondo del suo pensiero con franchezza, quando lo costringono a parlare. Di frasi, punto. Serio, altiero, impassibile, con una figura che respira l'autocrazia—forse la durezza—tutto d'un pezzo, sobrio di parole, come un uomo che conosce il valore del tempo e che non ne ha mica a sciupare, un po' pesante, ciò che augumenta la severità del suo portamento…. il signor Della Rovere, ne sono persuaso, farà l'esercito italiano, il quale deve compiere la redenzione della patria. Egli lo farà in un anno piuttosto che in sei mesi, non importa; ma lo farà. E, che è meglio ancora, egli ne comprende la missione. Egli ha sviluppatissimo l'organo, la bozza che deve principalmente avere un ministro pei tempi che corrono, e nella situazione in cui trovasi l'Italia, voglio dire la bozza dell'autorità, l'organo della coscienza delle sue funzioni. Egli parla di queste come S. Michele arcangelo—come il papa! Egli ha inoltre del carattere, ciò che concorda a maraviglia col Ricasoli e Menabrea. Solamente, quest'ultimo ed il Della Rovere hanno più pronunziata la peccaminosa tenerezza dell'egemonia piemontese.. Tutto calcolato, l'uscita di Della Rovere dal Ministero della guerra sarebbe molto rimpiangevole—quando anco dovesse essere il general Lamarmora che lo rimpiazzi: e forse sopratutto allora! Della Rovere non ha idee esclusive—nè idee sue a far trionfare, come Lamarmora!

Il ministro dei lavori pubblici, come lo sanno i lontani ed i vicini, è quella gentile volpetta del commendatore Peruzzi—che non ha bisogno di esser creato conte per decreto reale. La savonette à vilain non ha nulla a lavorare nel suo blasone. Peruzzi rappresentava nel Consiglio—ciò che Ferrari chiamava la federazione ministeriale—la Toscana prima che la Toscana invadesse il Consiglio. Egli uscì dalla scuola delle miniere di Parigi nel 1842-43. Nel 1848 fu gonfaloniere di Firenze e lavorò callidamente contro il governo del Guerrazzi per sollecitare il ritorno del Granduca—il quale, come Pio IX, si era rifugiato nelle pacifiche casematte di Gaeta. Malgrado ciò, dopo la ristaurazione, non volendo esser complice della reazione austriaca, Peruzzi dette la sua demissione. Allora la Compagnia delle Ferrovie di Livorno lo nominò suo direttore, funzione che fu esercitata con universale soddisfazione. Peruzzi prese parte alla pubblicazione della Biblioteca civile, inspirata dal colonnello Malenchini, col concorso dei signori Ricasoli, Ridolfi, Galeotti, Corsi—tutti deputati oggidì. Questa biblioteca, come tutti sanno, aveva per iscopo di formare gli spiriti ed indirizzare l'opinione pubblica all'idea dell'unità italiana, sotto la casa di Savoja.

Nel 1859 il bravo, l'infaticabile Malenchini si recò da Livorno a Firenze per spingere l'esercito toscano a quel pronunciamento che decise il Granduca a lasciar la Toscana. Peruzzi fe' parte del Governo provvisorio, il quale prese le redini dello Stato dopo il 29 aprile. Venti giorni dopo, Peruzzi ritornava alla direzione delle ferrovie, e dopo la guerra; quando l'annessione della Toscana era contestata in Europa, Peruzzi fu mandato a Parigi da Ricasoli.

Peruzzi ha pubblicate parecchie brochures e lavorato in tutte le commissioni per le ferrovie italiane Spirito facile, ma moderato e flessibile, Peruzzi ha traversate tutte le tempeste della rivoluzione italiana senza mai dare in secco nè correr fortuna. Egli è una specialità distintissima, non un uomo politico. Ha nelle sue mani un istrumento potente, di cui si serve con circospezione, non negli uomini ma nella cosa—voglio dire il portafogli dei pubblici lavori. Ha paura della foga americana, non del puff degli Americani. Preferisce i sistemi misti, le compagnie ajutate, sovvenzionate, o assicurate dallo Stato. La necessità e gli errori lo hanno ridotto al lavoro diretto dello Stato stesso. Lo abbiamo veduto per un pezzo parlare, cercare, promettere—e lo ingegno pronto e la franchezza del promettere mai non gli fallano—poi agire. Ma qui comincian le dolenti note.