Peruzzi partorì di un colpo, la concessione di tutta la rete ferroviaria dell'Italia centrale e meridionale—ed altro ancora. Egli non ismentì punto la sua mirabile facilità nel negoziato degli affari. Ma egli ha completamente fallito—fiasco su tutta la linea! Egli ebbe cattiva fortuna. Egli ha sciupato i danari dello Stato con una prodigalità furiosa—ma giammai ministro non produsse risultati più minimi—relativamente, ben inteso, alla larghezza delle promesse ed all'altezza delle aspettative. Tutte le Compagnie con le quali trattò, a delle condizioni ruinose per far presto, ed aveva ragione di ciò volere, gli si sono spezzate fra le mani. La parola infedeltà ha ulcerato, a torto forse, il suo secretario generale. La sconfidenza nel successo accompagna ora, malgrado tutto, qualunque suo progetto. Lo si dà inoltre come federalista, o regionista, ciò che torna allo stesso. I suoi colleghi lo dicono difficile, mauvais coucheur, direbbero i Francesi, ciò che ci affligge mediocrissimamente, perocchè coloro che ciò dicono—non lo vogliono punto. Peruzzi è l'intelligenza la più acuta del Consiglio. Egli ha la concezione vasta, ma gli manca, come finito, il tutto dell'attuazione. Egli difende il fatto suo con abilità, con fierezza, sovente con verve: ma ciò che egli difende con più ingegno, è raramente stemmato del suggello del giusto e del vero. Egli ha il fiuto degli affari: gli manca la mano, il metodo. La perspicacia di decimare i ciarlatani—il puff. Egli ha il giudizio dell'opera sua; gliene manca la coscienza. Altri faranno probabilmente meno, ma con più economia; faranno men presto, ma meglio. Nondimeno, per esser giusti, bisogna soggiungere che il successore di Peruzzi, chiunque esso sia, troverà l'insieme dei lavori necessari all'Italia, in parte in atto, e quasi tutti iniziati con sentimento di sintesi oltre ogni dire rimarchevole. E' non avrà che ad addolcire le predilezioni ed emendare la precipitanza. Peruzzi è il principale pilastro del ministero Ricasoli: e se cade, non è per sempre. Peruzzi è uno degli uomini necessari all'Italia, come il Ricasoli.
Io dirò la stessa cosa di Bastogi loro compatriota—che che nella lotta delle passioni se ne pensi oggi in contrario. Il conte Bastogi è ministro delle finanze e banchiere a Livorno. Egli è stato banchiere di Mazzini e della casa di Lorena—a quegli dando, a questa prendendo e dando. Bastogi è guizzato fra tutti i partiti, impaziente di rappresentare una parte politica nella commedia sociale. E' cominciò da affari poco felici, ed è oggi cinque o sei volte milionario. Ma egli ha fatto la sua fortuna nobilmente, dando all'exploitation delle mine dell'isola d'Elba una estensione, alla quale il Governo toscano non seppe risolversi mai. Il Bastogi è divenuto inoltre, poco a poco, il principal azionario delle ferrovie della Toscana. Lo si dice abilissimo nelle operazioni di Banca e nel maneggio degl'imprestiti—restando sempre un perfetto galantuomo! L'imprestito del 1860 fecegli dono di una corona di conte—e, vuolsi, di uno scapito di parecchie centinaia di mille lire! Bastogi parla bene, con slancio, con spirito, e talvolta anche con lirismo. È versato nelle teorie economiche e nelle lettere italiane. Vien poco alla Camera. Ascolta come un angelo. Presenta bilancio su bilancio con ispaventevoli deficit, sotto ai quali soccomberà—se soccomberà—avendo avuto l'abilità di cader ritto su i piedi anche dopo la deplorevole riescita dell'ultimo prestito. Bastogi ha una stella propizia. Un fiasco gli dà un blasone. Dopo, la sua fisonomia si è meglio disegnata.
Come finanziero, egli ha presentato al Parlamento un plesso di leggi nelle quali, malgrado l'inesorabile voracità del fisco, traspira che colui il quale le ha proposte s'inspira a principii economici, elevati e liberi. Bastogi ha una concezione sintetica ch'egli sviluppa per gradi, e di cui si apprezzerà l'insieme quando coronerà l'edificio con la legge della percezione. Per il momento, vi si sente un lavoro di bozze che deve essere mondato e raffinato, semplificato, abbellito, armonizzato forse in tutte le sue parti. Ma il ministro gitta dei fondamenti e va di fretta. Le canne del tesoro sono divaricate. Bastogi mira a dotare il nostro regno di un sistema finanziero, per quanto può italiano—-se i balzelli hanno patria. Io dubito che vi riesca. Le finanze sono cosmopolite. Ed il signor banchiere livornese non ha l'ardimento di romperla con le tradizioni ed abordare, nelle imposte, un sistema radicale; nell'amministrazione, la semplificazione. Bastogi non sa far agire la grande leva del credito pubblico—creare qualche cosa dal nulla—moltiplicare come Cristo i pesci ed i pani. Dieci, nelle sue mani, saranno tutto al più cento, ma non mai mille, diecimila, un milione.
Come ministro, il signor Bastogi ha tenuto con grande convenienza il suo posto. Attaccato, non ha rinculato e si è difeso con destrezza, con ingegno, con franchezza, seminando il suo dire d'entusiasmo e di epigrammi, a cui non mancano nè il fiele nè la punta. Ma il signor Bastogi ignora la scienza del dettaglio. Egli è liberale ed italiano. Ha lo spirito coltivato, facile, morbido, proclive all'esaltamento. Il carattere troppo toscano: le maniere gentili. Non sembra ambizioso. Nondimeno, cadendo, egli si rileverà, e più presto che non se lo aspettano coloro che lo scalzano. Ai saggi degli altri, Bastogi verrà di nuovo ad apportare le correzioni della sua sperienza. Il suo predecessore gli aveva legato il caos piemontese; egli lega il caos italiano: ma egli lo lega di una maniera vitale ed organizzabile. Lo si giudicherà meglio sul budget unico dell'Italia, che prepara—e che avrà forse il tempo di presentare.
Il più grazioso fra i ministri è il signor Cassinis, ministro di grazia e giustizia. Quest'uomo amabile, avvocato distinto, parlatore fluente, ha sempre il sorriso sulle labbra. Egli è il solo ministro che non s'impazienti mai delle interpellazioni e delle interruzioni. Egli sorride sempre, e non manca mai di risorse e di cortesia. Brofferio e Mellana gli fanno passare dei tristi quarti d'ora: nondimeno egli non perde giammai il suo buon umore, la sua facilità di rispondere ed il suo sangue freddo—ciò che avviene talvolta a Cavour. Il signor Cassinis non si è neppure piccato che lo abbiano fiancheggiato di un a latere, senza pretesto.
Vi è in effetto un guarda-sigilli in partibus—non si sa perchè—il senatore napoletano Niutta.
Questo pover'uomo rimuove le mie viscere di pietà. È muto come un pesce. A Napoli, nel 1849, segnò la petizione per l'abolizione della Costituzione. Servì Ferdinando e Francesco II—credo anche Francesco I, Ora è co-ministro. Egli arriva alla Camera tutto ritto, raso come la mano, ammiccando, vestito completamente di nero. Lo si vede ogni giorno—esatto come la campana del refettorio dei frati, arrivare ad un'ora e mezzo, assidersi all'estremità della tavola ministeriale, stecchito sulla colonna vertebrale, le mani su i ginocchi, tenersi sul lembo della sedia, il cappello sulle coscie, non osando giammai volgere lo sguardo dal lato sinistro, per paura di restarne pietrifidato, come la moglie di Loth. Fino alle quattro, il signor senatore sta impassibile, immobile. Alle quattro solamente egli comincia a rimuoversi un tantino—alle quattro e mezzo si muove affatto e va a beccarsi un risotto o dar la caccia alle crestaie ed alle contesse dei portici di Po. Un giorno Mellana parlava. Il signor Niutta approvava furiosamente della testa. Il De Sanctis, suo vicino ordinario, lo guarda con un aggrottare di indicibile indignazione: quel caro signor Niutta…. dormiva! Lo si dice un singolar giureconsulto ed uomo a buoni consigli nell'elaborazione del nuovo codice italiano. Ora egli è ritornato nella notte, donde lo avevano ritirato per azzardo. Requiescat!
Infine, il ministro dell'istruzione pubblica, signor De Sanctis, è un altro napoletano. Egli era, è forse ancora, filologo di sapere molto mediocre. Dava qui in Torino, nell'esiglio, delle lezioni di letteratura con un certo successo, quando ottenne di andare ad occupare una cattedra a Zurigo. Dopo la rivoluzione del 60—permettete che la onori di questo nome—De Sanctis ritornò a Napoli all'insegnamento della gramatica. Garibaldi, che aveva preso l'abitudine a far dei miracoli, lo nominò governatore di una provincia, poi consigliere d'istruzione pubblica. De Sanctis restò a questo posto nove giorni, e fece più egli in quelle poche ore che tutti i suoi successori in nove mesi. È vero che questi successori si chiamarono Piria, Ciccone, Imbriani, vale a dire il consumè dell'impotenza e dell'incapacità! De Sanctis ha pubblicato alcuni articoli di critica, che dicono commendevoli. Esordì alla Camera con un discorso abile, molto bene assaporato, ed applaudito sopra tutto dalla sinistra. Era una sposizione di motivi veramente liberale. Fu il solo suo discorso. Di poi, è stato infelicissimo e pretenzioso. E l'ultima volta, testè, che parlò, fece pietà. Si smarrì, perdè il filo dell'orazione mandata a memoria, bevve acqua zuccherata ad annegarvisi, prese fiato, si lamentò del cicalio della Camera, del muover delle carte, del vento, del ganimede che gli portava la bibita…. fu lagrimevole!
De Sanctis sa di politica quanto gli uscieri della Camera. Lo si era preso per dare nel Ministero un individuo di Napoli; e basta dire che lo propose Poerio. Si mostrò da prima attivo, fornito di buona volontà, avvegnachè debole—uomo infine da fare e da voler fare. Egli ha ingannato completamente, radicalmente ogni aspettativa. Il fuoco fatuo del suo debuto si è estinto miseramente nella confusione, nel disordine, nel ridicolo. Men che un commesso, egli ha brancolato nel vuoto; e quando ha voluto dar segno di vita, non ha fatto che offuscare i qualche sprazzi di luce dei suoi segretari generali, per gelosia o per intelligenza, non so. Fino a che il signor Quintino Sella tenne il timone del suo ministero, De Sanctis non dette nelle sirti melensamente. Dipoi, io non mi vidi mai miseria al di sotto di questa miseria, orgoglio al di sopra di questo orgoglio. Attaccato come una piattola, scusino i miei leggitori, al Gabinetto Ricasoli, il quale non può demolire una pietra senza rovesciare l'intero edilìzio, De Sanctis si è immelmato al suo posto, tollerato perchè la responsabilità del Gabinetto tutto lo copre, perchè la maggioranza sostiene il Gabinetto in blocco, e perchè egli rappresenta l'elemento napoletano e burbanza un'ostilità, molto gustata dalla sinistra, contro l'egemonia piemontese. Del resto, egli non è nulla. Egli non ha saputo neppur demolire l'edifizio sì poco organico del conte Casati e del conte Mamiani. Cadendo, De Sanctis non sarà nè compianto nè desiderato da chicchessia—neppur dai qualche parassiti ch'oggi dinanzi lo piaggiano, di dietro lo scherniscono. E' cadrà per sempre, e noi saremo a domandarci ancora, come mai De Sanctis abbia potuto esser ministro? Ma i portafogli hanno la loro stella come i processi! Come uomo, De Sanctis è probo e galantuomo. Solo il peso del potere lo ha reso ebete.
Ecco gli uomini che circondano il conte di Cavour. Sono degli atomi, ai quali il nobile conte dà un impulso e che gravitano intorno a lui con un movimento cieco, obbedendo alla sua attrazione.