Voi vedete che il terzo partito non ha nulla inventato, e sopra tutto, che esso non è affatto rivoluzionario—grazie a Dio! Io vi ho indicato così i quattro uomini che formano le quattro gradazioni di tinte di questo partito.

Quanto al generale Lamarmora, l'ho nominato pro memoria, e l'ho classificato in questo partito, perchè esso se ne onora. Ma egli è stato ministro per nove anni con Cavour e lo sarebbe stato di nuovo all'indomani che il general Fanti lasciò il portafoglio della guerra, se Cavour si fosse trovato fra' vivi e glielo avesse proposto.

Il presidente della Camera sarebbe entrato anch'egli benissimo in una combinazione ministeriale con Cavour—chi sa? forse anche con Ricasoli—senza imporre loro, come si crede ingenuamente da troppo ingenui—senza imporre loro, dico, per forza la compagnia obbligata di Pepoli e Depretis—e questi signori l'imiterebbero senza dubbio, anche col sacrificio della Guardia mobile e del suffragio universale. La verità è questa qui. L'Italia è più rivoluzionaria che il Governo, essa è più in là con Ratazzi che in qua con Minghetti; ma gli uomini di questi partiti non hanno principii esclusivi e cederebbero alle convenienze della politica generale.

Il commendatore Ratazzi, il quale è il meno avanzato degli anzidetti tre uomini politici, sarebbe forse il più sostenuto, perchè egli sa che l'ora sua è inevitabilmente segnata ed egli non esordisce oggidì.

Il generale Alfonso Lamarmora non è che un soldato, e niente più che un buon soldato. La politica è per lui del chinese. Egli si è ravvicinato non ha guari all'Italia, come Ratazzi, a quell'Italia, che sino al 1859 essi consideravano, da bravi Piemontesi, come un delirio mazziniano, un'utopia infelice. Ora la s'intendono a meraviglia con la nuova venuta—dicesi!

Il generale Lamarmora fece la sua carriera senza favori. Uscito luogotenente dal collegio militare nel 1823, non fu nominato generale che nel 1848, dopo la guerra di Lombardia, in seguito della disfatta di Custoza. Lamarmora si era trovato agli affari di Monzambano, Borghetto, Taleggio, Peschiera, di guisa che era stato decorato di una medaglia in oro. Egli aveva eseguito quella magnifica diversione di Pastrengo, la quale cangiò in vittoria la disfatta dei Piemontesi.

Così si fanno i generali seri.

Paragonate queste lente, lunghe, difficili, stentate, contrastate promozioni con quelle di taluni dell'esercito meridionale, e comprenderete la repugnanza alla fusione che risente l'esercito regolare.

Ma Carlo Alberto non gradiva il generale Lamarmora, a causa delle riforme che questi introduceva nell'esercito—riforme lungamente studiate da lui in replicati viaggi traverso l'Europa ed in serie veglie. Lamarmora tenevasi e tiensi tuttavia al corrente di quantunque la scienza produce ed inventa. Egli comandò quel corpo di 15,000 Piemontesi, che il conte di Cavour mandò in Crimea e prese parte al bel combattimento della Tchernaia.

Nella campagna del 1859 Lamarmora s'ebbe una parte secondaria, non saprei proprio perchè, se non fosse ch'egli va considerato come un generale organizzatore ed amministratore, un ministro, piuttosto che un generale di strategia e di campi di battaglia. Egli è nondimeno sommamente bravo e possiede l'intera confidenza dell'esercito.