A canto a lui tiensi l'ex-ministro Vegezzi, vecchio flemmatico, che non ha rinunziato a rientrare agli affari, quando l'ora gli suonerà opportuna. Egli ha ricusato per ora il portafogli della giustizia, e deplora, senza potersi consolare, come Calipso della partenza dì Ulisse, la partenza per Atene del suo amico vicino il conte Mamiani.

Un altro ex-ministro, il signor Corsi, resta intrepido al suo posto e non sogna più, a quanto pare, del paradiso perduto, che non erasi data la pena di guadagnare, nè si curò di conservare. Egli accompagna dei suoi voti e del suo voto il vascello che conduce Ricasoli e la sua fortuna. Se vi segnalo il signor Corsi tra i 350 membri della maggioranza, egli è perchè egli ha un valore incontestabile.

Passiamo su Raeli, su Menotti, il solitario della destra, su Busacca, un buon economista, su Bertolami, intelligenza viva, ornata, facile, ma vaporosa; su Gustavo di Cavour, nobile e fiero carattere, intelletto colto, ma corto, ultramontano; su Alfieri, il quale par soccombere sotto il nome che porta ed il nome di Cavour che crede gravitargli su per alleanza, luogotenente di Chiaves, e fino fiore dell'egemonia piemontese, cattolico, spirito in ritardo con delle velleità di diventar capofila; passiamo sull'ammiraglio Persano, il valente bombardatore di Ancona e di Gaeta, sempre pronto a spandere i suoi lumi sugli affari della marina, e non imponendosi mai. Passiamo altresì su Andreucci, vice-presidente della Camera, toscano molto istrutto, fino, logico, avvocato, autonomista amministrativo, molto competente in tutti gli affari di Governo, lottatore infaticabile negli Uffici e modestissimo nell'Assemblea; passiam presto, per pericolo di morbo, su Baldacchino, estratto di gesuita, di sufficienza, d'incapacità. Commendatore senza pretesto, figura di fuina, o meglio, di topo in buon umore; passiamo su Lacaita e Caracciolo, irrequieti, mosche del cocchio sempre affannati, affannosi, dando l'affanno, vespe che ronzano intorno ai banchi ministeriali; passiamo su Spaventa, impotenza incorreggibile, fiele che intossica quantunque tocca, frantume astioso dei naufraghi napoletani; grand'uomo che non parla, che non scrive, che non pensa, che tutto dissimula per un sorriso d'importanza…. prætereaque nihil! passiamo…. ed arrestiamoci per un momento a quel signore fulvo, smilzo, allo sguardo inquieto, che percorre la sala tutta dall'alto del suo banco, a fianco del presidente. È il conte Chiavarina, il questore, il di cui rigore cortese e a lunga silhouette ghiaccia l'inchiostro nella penna dei giornalisti e la parola sulle labbra dei deputati nuovi—sì che sarebbero per dargli dell'Eccellenza. Passiamo, perchè abbiamo fretta, su Cavallini, segretario perpetuo di tutte le nostre assemblee, da dodici a quattordici anni; sul questore conte Cantelli, che ha lasciato gran memoria di sè nel suo corto passaggio alla luogotenenza di Napoli, uomo colto, cortese, molto addentro nelle cose di pubblica amministrazione; e sul bravo generale Pettinengo, il quale salì cinque volte all'assalto delle alture di S. Martino, e che viene alla carica contro la sinistra, come se fossero i suoi croati del 1859, ogni qual volta questa si mischi degli affari del ministero della guerra. Il Pettinengo fe' bella prova in Sicilia, dove assistè all'agonia dell'autonomia di questa provincia, e ne partì festeggiato.

Ma come lasciar ancora qui nell'ombra questo severo general logico, cui si tiene da un anno in qua alle porte del ministero della guerra, in favore del quale e pel quale egli prende talvolta la parola con tanta autorità ed abilità! Il generale Cugia è un sardo, di grande nobiltà, della famiglia di S. Orsola; ha fatto la sua carriera con rapidità; esercitò le funzioni di ministro della guerra a Napoli, poscia a Torino per parecchi mesi. Ma non si osò confidargliene il titolo perchè egli ha una colpa, una felice e fortunata colpa…. ha i capelli neri ed è giovane, ahi lasso! Che non pagherebbe egli dunque un cosmetico per darsi i capelli grigi! eh? Il general Cugia deve sospirare i tempi de l'Oil de poudre della corte di madama di Pompadour.

VIII.

Gli ex-repubblicani della destra.—Lafarina, Amedeo Melegari,
Correnti, Arconati-Visconti, Giorgini, Broglio, Matici, Pescetto,
Ricci, Valerio e Susani, Finzi, Sella, Carutti, Malenchini.—Che
sarebbe la destra se la situazione cangia.

Torino, 7 luglio 1861 e 1 marzo 1862

Vado a spigolare ancora qualche nome nel campo della destra per darvi la fisionomia esatta di questa parte della Camera, poco variata quando trattasi di votare, profondamente accentuata in sè stessa. La destra componesi di uomini arrivati da tutti gli angoli d'Italia, usciti da tutti i partiti che hanno animata ed agitata la Penisola da trent'anni in qua. I transfugi della repubblica vi sono numerosi. Vi sarebbe uno studio molto curioso a fare su i precedenti di questi uomini, sì convinti oggidì, sì compatti innanzi alla parole d'ordine del Ministero, ed jeri atleti di libertà, apostoli d'indipendenza e di democrazia, verde o rossa poco importa. Ma non rimuoviamo delle ceneri di già raffreddate, cui un nastro di Commendatore, una livrea di consigliere di Stato coperse.

Vedete il signor Lafarina, per esempio, sul quale han piovuto tante calunnie e tanti elogi egualmente immeritati! Nel 1848 il signor Lafarina si dava come un repubblicano intrattabile. Restò ad un dipresso tale in Francia fino al 1852 quando partì per Torino. Qui il repubblicano si svaporò e ne sbucciò fuori il piemontese. Dal piemontese, inaffiato dalle carezze del conte Cavour, germogliò il conservatore, e poi, via via, il resto—e le metamorfosi non sarebbero ancora finite se avessero più corso o valore venale sulla piazza. Questi revìrements non vanno a garbo a tutto il mondo: ed ecco perchè quest'uomo di un ingegno vivo, ma superficiale, parlatore facile; scrittore più facile ancora, imperciocchè egli ha messi giù non so quanti volumi parlando di tutto e di tutti, ecco perchè egli è attaccato d'ogni parte con passione, e difeso debolmente. La pagina la più rilevata della sua vita è l'influenza ch'egli esercita sull'azione della società nazionale di Manin, e la lotta che osò intraprendere contro Garibaldi a Palermo. Da quest'urto infelice egli si ritirò pesto…. e consigliere dì Stato! Nondimeno, occorre il dirlo, l'uomo vai cento volte meglio della riputazione che gli hanno fatta i suoi nemici e la sua flessibilità—avvegnacchè l'uomo non valga gran prezzo e le pretensioni siano immisurabili.

Il signor Amedeo Melegari fu un dì l'alter ego di Mazzini in Italia.—Rivisto e corretto dai tempi, è oggi un sapiente professore e consigliere di Stato. Siede alla destra, quantunque amico di Ratazzi, e sua creatura. È dispiacentissimo, non troppo intollerante, competentissimo in tutte le questioni politiche ed amministrative; è autore di lavori letterari molto stimati.