Menabrea aveva di già ammirevolmente arrestato la marcia degli Austriaci su Torino, con le sue fortificazioni improvvisate in due settimane sulla Dora Baltea. A Gaeta mise in opera quello stupendo sistema di attacco, il quale, secondato dalla rara energia del generale Cialdini, fe' capitolare in 57 giorni una piazza che passava per la Sebastopoli dei Borboni. Intelligentissimo, solidamente istrutto, la parola facile ed elegante quando parlava francese, un po' confusa, monotona e precipitata ora che favella in italiano, dotato di grande energia e di volontà di fare, conoscente tutte le tattiche del Parlamento e le specialità dell'amministrazione, Cavour lo aveva indovinato. Egli lo destinava già al portafogli della marina, che il barone Ricasoli gli confidò.
Il generale Menabrea ha l'aria scura, lo sguardo profondo, addolcito dalle lenti, la voce gutturale, il gesto raro, la postura elegante ed aristocratica, la testa alta finamente modellata, cui il sentimento cattolico impronta un po' più che le abitudini militari. Egli parla da uomo convinto, ma un tantin fastidito. Però è puntiglioso all'attacco, preciso e vivo nella risposta. Le sue idee sono sobrie e chiare. Sa lottare, e non sembra sfuggire la lotta, nè provocarla con jattanza. Per dodici anni egli restò in mezzo all'opposizione reazionaria ed aguzzò delle armi, che non sono smussate ancora. Il generale Menabrea è senatore, ed un potente acquisto pel Gabinetto. Avvegnacchè, per esser giusti, occorra dire che l'impulso da lui dato alla marina sia inferiore alle speranze in lui rimesse. Lo si accusa di tenerezza per l'egemonia piemontese, di poco tenero di libertà. Chi se ne sorprende? Le conversioni di S. Paolo, in quattro secondi, sono roba da leggenda. I cangiamenti nello spirito umano, ed in uno spirito matematico sopra tutto come quello del Menabrea, si fanno per gradi—e non sono mai radicali. La probità sola corregge lo instinto.
Degli altri ministri aggiunti al Gabinetto ho poco a dire. Il signor Miglietti, che fu altra volta guardasigilli, appartiene al partito di Ratazzi e ne professa i principii. Spirito moderato, un po' indeciso, ma onesto, egli è una delle colonne su cui poggia l'egemonia piemontese. Il signor Cordova è un economista italiano, la di cui capacità amministrativa non è ancora incontestata. Ciò che è incontestabile è la sua abilità parlamentare. Egli non si occupa molto in sostenere il Gabinetto collettivamente: difende con tenacità il suo portafogli. Lo si dice compagno poco comodo, mauvais coucheur, direbbero i Francesi. Lo si dice poco ostinato nelle sue convinzioni ed ambiziosissimo. Si che, per restar ministro, transigerebbe su parecchi dettagli, e poco curerebbe di aver questi o quegli a compagno. Lo si dice invasore su i dritti dei suoi colleghi, e non risparmiando loro ogni specie d'epigrammi. Tutto ciò ci commuove poco: bazza a chi tocca!—come non ci risguardano le sue doti ed i suoi difetti come uomo privato. Noi, che abbiam vissuto in Francia lungamente, non siam mica troppo pettegoli sul sibaritismo. Ciò che dobbiamo constatare è l'incredibile facilità di favella e di memoria del signor Cordova. Egli è un jenny mull a parole. E parla con tale velocità, con tanto seguito, che sveglia nella nostra sala di legno e cartone una specie d'eco dispiacevole. I discorsi di Cordova sono pieni di vita, di brio, di movimento. Egli cita talvolta di traverso, sconvolge i fatti e li travisa, giuoca di antitesi, di metafora, di paradosso ed abbarbaglia come un giuocatore di bossoli. Sembra un fenomeno. E dopo di averlo udito, si resta stupefatto, stanco, abbarbagliato, attonito: il capo gira, si vede innanzi agli occhi un incrociamento di mille razzi di tutti i colori, ma non si rimane punto convinti. Cordova è un eccellente acquisto in un Ministero, ma non so se sia un eccellente ministro. Egli ha troppe passioni, ed impressioni troppo vive. Ora occupa il portafogli dell'agricoltura e del commercio, portafogli di un'inutilità magnifica, ma creato appositamente onde lusingare, nei loro uomini, le provincie meridionali. L'è la scuola normale ove si formano le capacità ministeriali. Per il momento, è la patria di Machiavello che tiene l'alto nella politica italiana, l'invade, l'assorbe, e resiste all'aggressione dei conterranei di Cavour, i quali vorrebbero invaderla a volta loro—credendosi tutti altrettanti Cavour, e mediocremente stimando quantunque venga d'altrove. Quanto a Cordova, egli si crede i polsi assai forti per reggere non uno, ma dieci portafogli diversi—e già lo si dice in via per quello dei lavori pubblici. Egli però non è l'angelo della destra della Camera, e la sinistra ne diffida e non poco.
I banchi della destra dell'assemblea si trovano in parte popolati di ex funzionari, di funzionari in attività, e di funzionari in aspettativa. Il loro capo, dopo l'avvenimento alla presidenza del Consiglio del barone Ricasoli, fu per un pezzo Buoncompagni; oggi, per una rivoluzione di giannizzeri, è il signor Lanza.
Due o tre volte ministro, il signor Buoncompagni non si mostrò veramente sotto il suo vero punto di vista che in Toscana, sia come ambasciatore del re presso del Granduca, sia come Commissario di S. M. dopo la partenza del Lorenese. Là, nelle due parti, bisognava un uomo a figura spessa ed imperturbabile, che non tradisse giammai il suo pensiero e la sua impressione; un uomo che parlasse molto, senza mai compromettersi; un carattere facile ed affabile, perchè non lo si stancasse molto di riclami, di proteste e di recriminazioni; pronto al sorriso, ai modi cortesi, l'animo benevolo, carattere senza angoli. Il signor Buoncompagni rappresentò la sua figura a meraviglia, e potè a suo comodo imbaggianare Leopoldo II e provocare l'annessione. Buoncompagni ha la parola fluente, è pieno d'idee politiche, un po' scucite, è cattolico…. Ma quando domanda a parlare, tutti si accomodano nella postura la più agiata per sonnecchiare sotto una doccia di parole monotone, senza accento, senza vita, molli: ovvero chi di qua, chi di là, terminata la corrispondenza con i suoi elettori. Buoncompagni fa capo per interim, nè è uomo che sembri ammagrirne, oggi che non lo è più.
Il vero capo sarebbe Farini, se fosse assiduo alle sedute—come avvenne per un momento dopo la morte di Cavour. Farini non ha più l'itterizia: ma egli l'avrebbe data, se avesse continuato, a quel povero Minghetti, in faccia del quale si era assiso e lo covava con occhi beffardi e sarcastici. Collocato tra Farini per davanti e Ratazzi sul capo, Minghetti ne intisichiva a vista. Io non ho bisogno di delineare il profilo di Farini. Da quattro anni non si parla che di lui. Testa forte e profondamente accentuata, tratti vigorosi, naso aquilino, spirito ambizioso e soffice, scrittore elegante e collerico contro coloro che non dividono le sue idee, vanitoso ed epicureo, trincia da principe con agiatezza, ma parla all'occorrenza da tribuno. Farini ha pubblicato delle Storie d'Italia che ebbero successo meritato—avvegnacchè parzialissime. Fu ministro. Ma troppo inquieto ed impaziente, ebbe velleità di disegnare la sua persona di una maniera assai spiccata in faccia del conte di Cavour. L'astuto grand'uomo lo sguinzagliò sulle ruine della casa di Borbone, lo lasciò solo, senza consigli, senza direzione, e Mario-Farini ritornò, dopo due mesi di dittatura, non per uccidersi come il vincitore dei Cimbri, ma per purgarsi nella sua bella villa di Saluggia. Il signor Farini sarà ministro di nuovo, e ciò forse fra non guari, e ciò non senza utile. Perocchè Farini, malgrado il suo incomparabile fiasco di Napoli—dove ha lasciato memoria d'implacabile rancore, Farini, dico, possiede abilità incontrastabile. Egli ha idee, coraggio, iniziativa, colpo d'occhio, spirito svelto e non inceppato da precedenti o da convinzioni intangibili, e sopra tutto attività—se la malattia non lo ha rotto, come si buccina. Se Farini disdegna comandare la falange della destra, gli è per negghianza. E di quinci l'importanza di Lanza.
Il signor Giovanni Lanza ha lasciato, come Presidente della Camera Piemontese, legato di odio alla sinistra, che lo addimandava un gendarme, perchè toglieva inesorabilmente la parola ai membri di questa parte dell'assemblea. Senza averne ben l'aria, il signor Lanza è intollerante come un cattolico. La sua presidenza della destra è inesplicabile; perocchè nulla in lui rivela la supremazia, nè l'abbondanza e novità delle idee, nè l'acuzia e la prontezza dell'intelletto, nè il prestigio della parola, nè la facilità di riassumere avec bonheur una discussione, una situazione, nè l'ascendenza, brillante di una superiorità incontestata. Uomo mediocre, pedante, a vista fosca, senza tatto politico, chiuso nella cerchia della Dora e del Po, non sa armeggiare, non ha sangue freddo, non ha prontezza di risorse, non ha sintesi, è personale, ristucca quando parla—in una parola, è un corpo completamente opaco, e giammai uno straniero che cadesse nuovo nelle nostre sedute si dubiterebbe, a vederlo, ad udirlo, a riudirlo, a udirlo di nuovo, a vederne la tattica, che quello sia il dittatore della destra. Mille e mille volte questo posto sarebbe meglio spettato al Minghetti, al Mancini, allo stesso Lafarina, ed a chiunque altro. Come semplice deputato, poi, il Lanza è uno dei pregevoli e distinti membri della destra. Egli ha la frega degli ordini del giorno—e ciò si comprende, dovendo sintetizzare l'opinione della destra.
Vicino al Farini, o in quelli banchi, si rimuove il signor Boggio, l'ergoteur lo più complimentoso ed al medesimo tempo lo più aggressivo della Camera. Intelligenza svegliata, parola facile, tendenza pronunziatissima al paradosso, spirito fantastico e stravagante, spingendo l'indifferenza del che se ne dirà? fino al difendere le proposizioni le più assurde, ed attaccare gli atti i meno pericolosi del governo…. ecco il tipo di questo arguto, corto e grosso professore del dritto costituzionale dell'Università di Torino. Poco lungi sta il signor Pasini, il quale è incontestabilmente uno degli uomini i più eminenti della nostra Camera. Il signor Valentino Pasini si arranga tra i finanzieri. Egli ha pubblicati parecchi articoli ed opuscoli sulle finanze italiane ed austriache. È il primo che abbia parlato in blocco della situazione finanziaria d'Italia e della necessità economica che avrebbe un dì o l'altro obbligato l'Austria a disfarsi della Venezia. Erudito relatore dei progetti di legge, che han rapporto a questa parte dell'amministrazione italiana, lo si incontra sovente sulla breccia ove egli sa tenersi gagliardamente.
Al disopra sbadiglia il signor Leopardi. Ma quando cessa di sbadigliare, questo deputato dall'aria fina ed ironica, gli è per difendere, per esempio, con una voce debole e melliflua, un convento di Carmelitani, i quali domandano a restare malgrado la legge dell'abolizione poi conventi—perchè i Carmelitani mangiano bene, o per difendere la causa di una comunità dì religiose di S. Teresa, o di S. Orsola—perchè quelle serve di Dio fanno delle eccellenti conserve e dei squisiti camangiari. Il signor Leopardi fu per dieciasette giorni, nel 1848, incaricato di affari del re Ferdinando II presso del re Carlo Alberto. I dieciasette giorni di missione gli han procurata una pensione di ritiro di franchi 12,000 l'anno. Il signor Leopardi è convinto che, con questa missione, egli fece l'Italia per tre quarti. Egli passa i suoi ozii attuali dando dei pranzi ai suoi amici e nemici. Io non so se il Leopardi fu, o se egli è diplomatico. So che egli accomoda i maccheroni al sugo con la stessa abilità di Rossini, e prepara l'estratto di pomidoro quasi così bene che Mercadante. I signori deputati preferiscono i pranzi ai discorsi di Leopardi.
Il migliore scrittore di pamphlets politici in Italia è il signor Torelli—alias Ciro d'Arco. È pieno di brio, non manca di spirito, ha la pennellata ora forte, ora graziosa, secondo gli piace, ha stile pieno di movimento, che seduce e ricrea. Non so se sia oratore. Par uom modesto e gentile, e poco curante di brighe, il deputato lo più pretenzioso, dopo Zuppetta, è l'ex-ministro Jacini. Egli scrisse taluni articoli sulle finanze lombarde superiormente rimarchevoli, a tempo dell'Austria, quando era forse pericoloso occuparsi di simile bisogna. Egli seppe resistere alle piaggierie degli arciduchi—che che se ne sia susurrato in contrario, ed a causa di ciò, quando il conte di Cavour concepì l'idea dei Ministeri topografici, ei destinò il signor Jacini per quella famosa sinecure dell'agricoltura e del commercio, e poscia per il portafogli più importante dei lavori pubblici. Il signor Jacini appartiene a quel piccolo gruppo di innocenti dottrinali lombardi, che sieggono alla sinistra—detta la chiesa della Perseveranza, e di cui parlerò più tardi. Egli è competente in fatto di quistioni economiche e di lavori pubblici, ma, si dice, egli si reputa troppo competente—quasi maestro. Il signor Jacini, del resto, non si mostra mica sovente, nella discussione, da uomo che si riserva.