Ora il barone Ricasoli si presenta all'Europa con un programma officiale. «Io continuerò, dice egli, la politica del conte di Cavour.» Ma il barone Ricasoli non è uomo a fondersi in altro stampo che il suo. Egli stesso è tutto un programma. Ricasoli è una negazione.

Egli significa la negazione dell'egemonia piemontese e dell'autonomia delle altre provincie. Egli significa la negazione di qualunque specie di compromesso, che rimpicciolirebbe la grandezza, l'onore, l'integrità della patria. Tutto—senza condizione! Ecco la sua divisa. Egli non è uomo a perdere un sol pollice di terreno, un solo dritto acquistato. Ei resta in piedi, senza rinculare giammai, o spezza le difficoltà. Egli non mercanteggerà alcuna alleanza; ma solleciterà l'armamento, onde mettere l'Italia a portata di farsi ascoltare e di farsi rispettare. Il barone Ricasoli non è guanto gittato all'Europa: ma un terrapieno innalzato contro qualunque specie di pressione straniera, contro qualunque specie di violenza interna. Il barone Ricasoli è la più eclatante attestazione dell'unità italiana.

Otto mesi di governo, per chi li giudica, come me, senza prevenzione di sorta, han confermato il sopradetto giudizio che io dava di questo uomo di Stato, appena qualche giorno dopo che egli fosse entrato al potere. Egli ha compiuta l'opera dell'unificazione interna. In faccia alla Francia ha tenuti alto i diritti d'Italia. Alla fazione piemontese ha resistito—ma meglio sarebbe riescito se l'avesse combattuta, non con la fazione toscana sola, ma con gli uomini presi a tutte le provincie italiane. Le cabale, gl'intrighi, le coalizioni, i connubi, i verdetti della maggioranza, le suggestioni perfide di perfidi amici, la pressione straniera, la malcelata antipatia della corte, le cospirazioni subdole dei suoi stessi colleghi, gli attacchi aperti della sinistra del Parlamento, tutto un mondo dì mezzi occulti che si sono fatti giuocare, tutto si è rotto contro la forza, non dirò tanto della volontà, ma della caparbietà di quest'uomo. Fatalista, egli ha resistilo, restando inerte come uno di quei scogli della Manica, sulle coste della Bretagna e della Normandia, a cui i più spaventevoli marosi che han corso gli oceani vengono a rompersi e sfasciarsi in bricciole di schiuma. Egli ha detto: io sto! e tutti han rinculato, diffidando di sè e della fortuna. E nondimeno, non vi è stato ministro che avesse commessi più errori amministrativi e che avesse meglio prestato la fronte ed il fianco agli attacchi. Caetterra più che ingegno, mal congegnato alle bisogne burocratiche ed alla vasta sintesi, egli ha vinto gli ostacoli a forza di pertinacia, ed ha usufruito il lavoro del tempo. Un ministro d'affari avrebbe fatto da sè in un mese ciò che il barone ha lasciato fare al tempo, agli avvenimenti, alla natura delle cose, agl'interessi ed alla necessità della situazione, in otto mesi, in un anno. Però i risultati complessi che presenterà al rendiconto saranno significanti. Egli ha voluto, e ciò è bastato. E, cosa stranissima, egli ha voluto senza avere preventivamente che un'idea vaga, incognita, qualche cosa di vaporoso e d'ideale, che spuntava lontano lontano nell'orizzonte della sua anima, ma ha voluto; e questo spettro si è condensato ed ha preso, sotto l'azione della sua volontà, la forma che chiamasi Italia una. L'organismo che ha dato a questo corpo sarà bene o male—ma l'è un organismo. Egli prese al capezzale di Cavour un embrione; uscendo dal potere, consegnerà nelle mani del suo successore un'Italia formata, composta. Si dovrà cangiare questo o quel pezzo dell'armatura; ma l'armatura è fatta. Il barone Ricasoli soccomberà senza dubbio, e fra non guari, a qualche colpo di Palazzo o a qualche colpo di maggioranza. Ma la sua scomparsa sarà corta. Egli ritornerà invocato come una necessità, come la coscienza d'Italia, quando i governi d'intrighi municipali, che gli terranno dietro, avranno meglio manifestato la natura del suo carattere. Ed aggiungasi ciò, che egli è essenzialmente progressista dicasi per ambizione o per dispetto, non importa—ma il barone, lo più feudale dei baroni, si eleverebbe alla concezione per fino della republica—se ciò fosse nei destini d'Italia. L'idea della legalità predomina sui suoi concetti—e dove la fosse violata, ed ei ne comprendesse la violenza, il ministro avrebbe l'animo di farsi tribuno. Tra lui e l'Italia vi è armonia d'anima. Armonia che diventerà altrettanto più magnetica se nell'interregno che gli farà il commendatore Ratazzi, egli vorrà percorrere da touriste tutte le provincie della Penisola e fare un giro per l'Europa. Ricasoli ha bisogno di veder da vicino. La tempra del suo ingegno non è di prevedere, ma di vedere.

3 marzo. Ricasoli è caduto. Non ho sillaba a cangiare a quanto più su. Uomo privato, ho oggi di lui la stessa opinione, ne porto lo stesso concetto.

VII.

La destra.—Suo carattere.—Il ministro rinforzato.—Menabrea,
Miglietti, Cordova.—La destra.—I suoi capi.—Buoncompagni, Farini,
Lanza.—Suoi membri.—Moggio, Pasini, Leopardi, Torelli, Jacini,
Yegezzi, Corsi, parecchi altri… Gustavo di Cavour.—Alfieri,
Bersano, Andreucci, Baldacchini, Lacaita e Caracciolo, Spaventa,
Chiaverina, Cantelli, Pettinengo e Cuggia.

Torino, 26 giugno 1861 e 28 febbraio 1862.

Nel tempo del conte di Cavour, la destra del nostro Parlamento votava con un insieme ammirevole, sotto l'ispirazione del suo capo. Ora questa destra è padrona dei destini del paese. Io non voglio discutere se questa parte della Camera esprime veramente la maggioranza della nazione. Il fatto è che la n'esercita il dritto, che la ne riassume la forza, che la ne rappresenta la parte. La nazione può essere al di qua o al di là; però essa non dà, riceve l'impulsione da questa falange perfettamente disciplinata. La destra, indipendentemente dal suo valore intrinseco, ha acquistato il valore della circonstanza. Essa si è trovata senza volerlo, senza sperarlo, alla testa d'Italia, cui può tenere a galla o lasciar naufragare.

Questa maggioranza, con la forza illogica del numero e l'audacia dell'ingegno, può condurre, spingere, regolare o spezzare un Gabinetto; fare delle leggi imprudenti, precipitare o ritardare gli avvenimenti. Il suo stesso silenzio, la sua stessa indolenza, è una forza. La sinistra discute, grida, rimprovera, si dibatte: cinque ore suonano, un Baldacchini qualunque, un Pantaleoni, sclama, fra due sbadigli: «Ai voti!» la destra alza la mano, uno, due, tre…. le tour est fait, la discussione è strangolata, la legge è votata. La sinistra si diverte a ragionare, a perorare per quattro ore contro il Ministero; Minghetti, o un ministro qualunque, s'alza, trincia qualche scusa, spiffera una tirata a proposito o no, promette, promette e poi promette, la parola chiusura salta su da un qualche banco…. ed il Ministero è salvato—più ancora, trionfa, e quel caro signor Minghetti ci ride sul muso. Per lo innanzi, essi si davano ancora la pena di discutere, di brillare, di far parata d'ingegno e di sapere davanti al conte Camillo. Ora, a che pro? Si suona la carica, e la bisogna è sbrigata.

E nondimeno, egli è d'uopo dirlo, su i banchi della destra seggono degli uomini rimarchevolissimi, degli uomini d'ingegno e di sperienza. Il Ministero si è rinforzato di un personaggio di valore, dell'uomo che organizzò in realtà la presa di Ancona e di Gaeta e disdegnò di vantarsene—il generale del genio conte Menabrea. Questo generale, Valdese, era il fiore il più squisito della reazione. Oltramontano puro sangue, spiattellatamente piemontese, arrogantemente realista, egli trattava l'Italia di assurda minchioneria. Il cannone di Magenta rimescolò il suo sangue, scosse le sue fibre. L'aria lombarda, quantunque ancora pregna di croato, vivificò la sua anima. Il conte di Cavour lo prese per la mano, come il Satana di Cristo, inalzandolo sur un pinacolo, gli fece vedere al di là dell'Adige Venezia, ed al di là dei monti Roma e Napoli. Menabrea divenne italiano e credette all'Italia—si dice almeno. Egli poteva però passare nell'esercito francese, ed ottò per l'Italiano—dopo la cessione di Savoja.