Il signor Buoncompagni deve lasciar la Toscana. Ricasoli vi resta governatore-dittatore. Egli fa il suo testamento, deciso a tutto, e prende la risoluzione di compiere la sua missione: Dite a quei signori, esclama egli una notte, facendo i suoi addii a qualcuno che partiva per Parigi, dite loro che io ho dodici secoli di esistenza, che io sono l'ultimo della mia razza, e che darò fino all'ultima goccia del mio sangue onde mantenere l'integrità del mio programma politico.

Voi non avete certo obliate le missioni officiose di La Ferrière, di Reizet, di Pietri, di Poniatowski. Il conte di Cavour fece accettare a Parigi il programma del barone Ricasoli. E come a Parigi si era dimandato che si fosse guardata salva l'autonomia della Toscana, ed il conte di Cavour vi aveva consentito, Ricasoli protestò. «Io non voglio dì codesta parola» fece egli dire a Cavour dal suo segretario. La parola però passò nella formola officiale pronunciata dal re. Il barone Ricasoli se ne dolse con S. M., la quale lo rinviò al suo ministro. Il conte di Cavour calmò gli allarmi del barone, dicendogli: «Teniamo conto dei fatti e non cavilliamo sulle parole.»

Ricasoli ritornò in Toscana come governatore generale, mentre che il principe di Carignano vi andava in qualità di luogotenente del re.

L'amministrazione di Ricasoli, durante questi due anni, l'è una lamina di ferro forgiata senza giunture. Nulla lo scuote, nulla l'adombra e lo atterrisce. Il popolo comincia dal trovare che questa guerra, cui il barone Ricasoli fa alla stampa, alla parola, alle persone che non professano le sue opinioni, al voto degli elettori, alla guardia nazionale, che questa guerra è fuori tempo, fuori luogo, fuori di occasione. Ma quando il popolo vede quest'uomo, che non si commove di nulla, che brava tutto e tutti, che lavora dalle sei del mattino fino ad un'ora dopo la mezzanotte, che non tocca un quattrino di onorario, anzi versa del suo nel tesoro, che non ha altre ambizioni che il trionfo di una grande causa, che sacrifica senza muovere palpebra questa nobile Toscana, di cui egli comprende meglio che ogni altro lo splendore tradizionale; quando egli vede quest'uomo corazzato di una fede di acciaio…. la confidenza nasce in tutti i cuori. Ognuno si riposa sull'abilità, sulla magnanimità di questa terribile sentinella, e la si lascia fare. Ed affè di Dio! Ricasoli non si addormì giammai.

Al Guerrazzi, bella gloria di Toscana, ed orgoglio delle lettere italiane, è interdetto di passar la frontiera. A Mazzini, che era sguizzato nell'impero del barone Ricasoli come una biscia, è data la caccia dai carabinieri; ed il formidabile barone gli promette che, se per avventura cadrà nelle sue mani, egli lo farà rinchiudere nel suo proprio castello di Brolio, ove egli sarà trattato come principe, ma donde non uscirà più che ad Italia fatta e compiuta! E ciò dopo averlo udito, veduto, preso atto delle sue parole ed espressigli i suoi intendimenti. Si permette a Montanelli di venire perchè non lo si teme, ma lo si sorveglia e lo si annulla. In Toscana non vi fu allora che un uomo, una voce, una volontà, un pensiero, uno scopo, una forza—Bettino Ricasoli ed il suo programma!

Il barone Ricasoli non è mica una forza attiva, poichè egli manca d'iniziativa. Egli ha la forza del bronzo: la tenacità, la resistenza. Ricasoli non ha una comprensione larga, estesa; ma egli vede chiaro, sa meglio sintetizzare che analizzare. La sua eloquenza è strozzata ed oscillante: ma il suo pensiero è profondo ed esatto. Egli non è uomo di genio, ma uomo di stato—nel senso, che ha il tatto sicuro, o se vuolsi, l'istinto della situazione, e non bilancia punto in trovare ed applicare i mezzi i più semplici, i più efficaci, i più spicciativi per dominarla. Egli è logico come un colpo di spada: ei taglia.

Quando i diplomatici francesi lo circonvenivano in Palazzo Vecchio e lo assediavano, e lo insidiavano con mille modi, minacce, promesse, suggestioni, speranze, il barone non rispondeva che per queste parole: Vous traitez avec moi, donc vous me reconnaissez:—Du tout! sclamavano quei signori stupiti.—Eh bien, alors, ripigliava il barone, entre vous et moi il n'y a aucun point de contact: laissez-moi la paix!

Ricasoli non si stanca giammai. Quattro ore di sonno, una fetta di pane al burro ed un bicchier d'acqua, ecco i suoi bisogni. Egli non ha cuore: ma egli ha più di fierezza che Luigi XIV. Ride di raro. È generoso, ma formidabile. I suoi contadini tremano al suo avvicinarsi, e nondimeno egli li ha fatti ricchi e resi felici. Giammai individualità non fu più intera, meglio custodita, più altamente disegnata. La sua parola è sacra. Egli si è convertito tardi all'Italia; ma questa conversione è divenuta una coscienza, con tutta la severità di un principio.

Il barone Ricasoli si è fatto protestante, dicesi, nauseato degli intrighi della corte di Roma. Grave, rigido, probo, disinteressato, egli non teme alcuno, non guarda mai in giù, va dritto al suo scopo, non considera nulla, non perdona giammai. Egli freme ancora che Guerrazzi abbia osato un dì disonorare la dimora dei suoi antenati, con una visita di polizia. Nel 1848 si accusava il barone Ricasoli di nascondere dei cannoni al servizio del Granduca. Ed infatti la polizia trovò dei cannoni dietro i vecchi merli delle sue torricelle, ma erano dei cannoni di legno, dipinti in bronzo, per effetto del paesaggio!

Ricasoli scrive con eleganza fredda e sentenziosa, ha il gusto delle arti. Il suo spirito è colto, ma sdegna farne parata. Sa dominare la sua collera: ma non se ne cura sempre. È ambizioso, ma con grandezza e pazienza. Amministratore poco pratico, ma perseverante, assoluto, conscienzioso. Ha aria calma e severa, la parola corta; è incapace di transigere, perchè fatalista; sdegna la collera del popolo: è audace, perchè intrepido…. Il barone Ricasoli è un ammirabile strumento di governo nei tempi difficili. Egli può salvare una nazione.