Il Bettino d'oggi non vi par desso fuso nello stesso stampo del
Bettino del XIV secolo?

Per comprendere questo strano tipo bisogna vederlo nel suo vecchio castello di Brolio. Quello è la cornice di questa figura di Holbein. Quel castello non è mica una ruina. Sembra fabbricato d'ieri, talmente è completo, instaurato in tutte le sue parti, studiato in tutti i suoi dettagli. Si direbbe, a vederlo, essersi in pieno XV secolo, alla vigilia di un assedio o di un assalto. Non una pietra che scaltrisi dai vecchi muri, i fossati: intatti e netti, non un anello irrugginito nelle catene dei ponti levatoi, non un chiodo che manchi ai ponti ed alla saracinesca. La sala d'armi dei suoi antenati è in ordine e le armature ne sono ricche e numerose. Ed il barone attuale, per provare che egli non è degenere, le indossa di tempo in tempo, in convegno di amici, e ne regge il peso senza soccombere. Se degli arcieri non vegliano più sulle torricelle del vecchio castello, dei terribili molossi ne guardano le porte. Poi vi si trova un'eccellente biblioteca e dei magnifici giardini. La domenica, il barone Bettino, come gli eroi di Walterscott, legge la preghiera nella grande sala del castello ai suoi contadini ed ai numerosi suoi domestici, ed il cappellano resta in piedi al suo fianco. Il barone sposò una nobile giovinetta della famiglia dei Bonaccorsi. A capo di nove anni, passati quasi sempre nel recinto del castello, questa graziosa castellana morì, lasciando un'unica figlia. Ed al letto di morte solamente fu dato ai parenti vederla. L'imperio misto di signor feudale e di patriarca, che il Ricasoli esercita sulla sua corte e su i suoi fittaiuoli, non ha più l'aria dei tempi nostri. Entrando a Brolio, si lascia il XIX secolo ai limitari. L'età mediana rivive, col conforto della nostrana, e la poesia di quei dì in cui si adoravano due poteri: la forza e la bellezza.

Lo spirito è colpito all'aspetto del barone Ricasoli. Si crederebbe risuscitato un ritratto di Alberto Durer o di Giorgione. Grande, magro, ritto, i capelli rossigni, i lineamenti pronunziati ed angolosi, l'occhio velato; sempre bottonato e inguantato; la faccia a punta, come quella del cardinale di Richelieu; la fronte alta, lucida, senza rughe, ampia; i movimenti subiti, bruschi, convulsi; impetuoso e sanguigno, e nondimeno freddo e degno; il passo lento, e nondimeno agitato come quello del tigre; la voce metallica, quantunque leggermente nasale, ma non disarmonica, nè spiacente; camminante dritto, ma dondolantesi; facile all'abordo, ma tenendosi in distanza per un certo non so che, che interdisce la dimestichezza, la confidenza, l'espansione del cuore…. il barone Ricasoli vi attira e respinge nel tempo stesso. Voi provate in faccia a lui un misto di trepidanza, di rispetto, di ammirazione e d'inquietudine. Il barone Ricasoli non ha età. Egli è un gentiluomo compito e di rara probità.

Fino al 1847, quando la vita italiana si risvegliò, il barone Bettino viaggiò, sovraneggiò nelle sue torri e nelle sue terre, ove si addisse all'agricoltura e scrisse talune memorie speciali. Egli fece dell'agricoltura—sola cosa che resta oggimai all'aristocrazia, la quale non possa più servire il suo paese con le armi, e disdegni servire le corti.—Fece dell'agricoltura per il progresso, per la scienza, per ammigliorare le sorti dei suoi vassalli. Il barone Ricasoli ottenne, per i suoi eccellenti vini di Chianti, una medaglia all'Esposizione di Parigi e la croce della Legione d'onore. Nel 1847 egli osò scrivere un Factum, ove espose al Granduca la difficile situazione della Toscana, e domandò delle istituzioni monarchiche secondo le convenienze dei tempi. Leopoldo II non se ne tenne mica per offeso, perocchè il diapason di quell'anno era molto più elevato che le istituzioni monarchiche. Vennero le difficoltà tra il duca di Modena, l'Austria e la Toscana, a proposito della cessione del Ducato di Luca. Leopoldo II, avendo scelto come arbitro Carlo Alberto, gli mandò il barone Ricasoli, il quale compiè la sua missione con successo. In questo frattempo la rivoluzione scoppiò.

Ricasoli fondò allora un giornale intitolato la Patria, con Salvaglieli e Lambruschini, in cui si addotto il programma: fuori i barbari. Il più spinto di tutti era il barone Ricasoli. Egli spiegò il suo programma unitario di una monarchia nazionale e dell'Italia affrancata dal papa e dall'Austria. Lo si trattò di utopista. Nondimeno egli non volle unirsi a Montanelli ed a Guerrazzi. Dette la sua demissione di gonfaloniere di Firenze, e declinò qualunque partecipazione al governo democratico. Ma fece parte della commissione governativa, la quale si formò poco dopo per richiamare il Granduca.

Ricasoli richiamava il principe: il principe tornò con gli Austriaci. Il fiero barone rimanda allora al Granduca la sua decorazione e va a seppellirsi nel suo castello di Brolio. Poi, come Leopoldo II sotto il pretesto di prosciugar le Maremme prosciugava le tasche dei suoi sudditi, il castellano di Brolio, volendo dargli una lezione, compra un distacco di questi stagni, si reca in Inghilterra, ove incetta delle macchine possenti, torna in Italia, si conduce sul sito con i suoi contadini, brava le spese e la febbre, e quei terreni sono fertilizzati.

Gli avvenimenti del 1859 arrivano.

Il partito dei moderati aveva redatto un libercolo, che era una dichiarazione di guerra alla casa di Lorena—l'Austria e la Toscana—ma non osava pubblicarlo. Si voleva, tutto al più, avventurare, un indirizzo e domandare delle riforme. Ricasoli respinge con disdegno questo mezzo termine. Aggiunge il suo nome a quello degli autori, ed il manifesto viene a luce. Il Granduca, sfidato, accetta il cartello e sollecita l'ajuto del suo esercito in frattanto che arrivassero i Tedeschi. L'esercito toscano fraternizza col popolo. Leopoldo II, ricordandosi la storia del 1848, sale in sedia da posta. Il popolo lo lascia partire, schierandosi in due ale, lungo la via, sul suo passaggio, e dicendogli addio, di un'aria beffarda. Il Granduca saluta serio serio, poi, alla frontiera, prendendo fiato e coraggio, risponde del medesimo tuono sardonico: A rivederci!

Il bravo principe! Ah! non è mancato certo da lui se non ha tenuto parola—nè dall'Imperatore dei Francesi—forse!

Il barone Bettino cominciò per essere ministro dell'interno del commissario del re Vittorio, il signor Buoncompagni. Egli conobbe probabilmente tutti i progetti che erano sul tappeto a quell'epoca. Fece accoglienze graziose ed oneste al quinto corpo di esercito, che occupò la Toscana, preparandosi di marciare su Mantova. Poi egli si mise a meditare l'articolo della convenzione di Villafranca, ove è detto: «I principi di Parma, di Modena e di Toscana saranno richiamati!»—Non sono io certo colui che li richiamerà giammai, dice il barone Ricasoli, ed i Toscani neppure!