Torino, 15 luglio 1861 e 9 marzo 1862.

Io pronunzierò dunque per gli altri, ma ben sommessa, la parola repubblicano, che è stata rimproverata a me, che l'ho detta a voce alta per mio proprio conto.

Il partito repubblicano in Italia non è numeroso. Al Parlamento è ristrettissimo ma convenevolmente rappresentato. Brofferio va alla testa. Egli è riconosciuto incontestabilmente ed unanimemente come l'oratore più brillante della Camera. Sarebbe perfetto se volesse disdegnare la piccola vanità di piacere alle tribune con delle tirate drammatiche, con un cliquetis di parole ad effetto, e lasciare la cattiva abitudine dell'amplificazione del tribunale, come altresì le tendenze di procuratore generale. Ciò eccetto, Brofferio è un oratore incantevole. Egli traripa di spirito; abbarbaglia con le sue ragioni altrettanto che con i suoi paradossi; rimuove tutte le corde le più sonore dell'anima; assale a briglia sciolta con una lena di tutti i momenti; parla al cuore altrettanto che all'anima, sopratutto quando ha torto, ciò che gli avviene sovente, fa forza ai più malvolenti ad ascoltarlo. La causa che egli difende è una causa perduta a priori; ma essa ha avuto il suo quarto d'ora d'interesse e di. fascino.

Brofferio è inoltre poeta. Egli ha scritto delle canzoni in dialetto piemontese, delle canzoni di cui ogni strofa è un busto—cui ha messo in musica e canta egli stesso e declama con un'espressione deliziosa. Egli è stato per lungo tempo il giornalista più giocoso e giocondo, più sarcastico e più vigoroso della stampa italiana. Ma sventuratamente egli è restato polemista e poeta anche in politica. Ei sente troppo. Egli subisce l'influenza delle impressioni vive e subite, ciò che toglie ai suoi apprezzamenti, ai suoi giudizii, l'autorità cui dà loro il suo incontestabile ingegno. Brofferio è tribuno anzi tutto, ciò che hanno obliato coloro i quali, volendolo giudicare come uomo di Stato, gli rimproverano la mancanza di continuità e di uniformità nella sua carriera politica e lo annegano anche oggidì sotto vili ed ignobili calunnie.

Il signor Brofferio ama la libertà con passione, ama l'Italia, ciò che è franco, ardito, dritto, e sopratutto ciò che è grande e colpisce l'imaginazione. Egli ha sempre difeso queste nobili cause quando furono in pericolo o minacciate.

Ora, gli uomini di Stato sono obbligati talvolta a subire certe eclissi, certe retrogressioni, certe transazioni, in una parola, le quali hanno offeso ed urtato il signor Brofferio. Egli non ha nulla considerato allora, nè i tempi, nè gli uomini, ed ha attaccato, come egli attacca, a briglia sciolta ed a fondo. Di ciò mille ire e la reazione delle ingiurie e dei soprusi contro di lui.

Brofferio ha pubblicate parecchie opere avidamente lette, molto incorrette, ma scritte con quello stile di vita in cui l'uomo rivelasi in tutta la sua pienezza. Il suo difetto, in tutto, è la foga. A sessantanni, Brofferio è giovanissimo. Un poco più di sobrietà, di ritenuta, di calma nell'ebollizione della sua anima, raddoppierebbero la portata delle sue parole. Brofferio avrebbe allora una parte tutt'altra di quella che egli compie oggidì; vale a dire, di audace partigiano. Avendo tutte le qualità per essere il capo della sinistra, egli combatte da semplice gratatiere. Però, egli è La Tour-d'Auversme del nostro Parlamento.

Io classificherò altresì fra i repubblicani il signor Mauro Macchi, un dì redattore in capo del Diritto, amico e correligionario politico del nostro eminente filosofo Ausonio Franchi. Macchi è nel tempo stesso l'amico di Mazzini, di Garibaldi, di Cattaneo, il loro confidente, il loro organo, il loro gladiatore parlamentare. Imperciocchè il signor Macchi ha tutti i movimenti d'anima dell'oratore, fuoco, facilità, vita, brio, passione, prontezza di idee, come egli ha la penna incisiva del pubblicista e del polemista nella stampa militante. La sua parola è corta, viva, colorata, il suo organo vocale simpatico, le idee sempre libere e generose. Lombardo, fu espulso da Milano dagli Austriaci. Lo fu poi altresì parecchie volte dal Piemonte, a causa della sua complicità con Mazzini. Ma lo si cacciava dalla porta ed egli ritornava per la finestra—e sempre armato per combattere. Egli siede nei banchi i più alti della sinistra.

Sono obbligato di cacciare egualmente in questa categoria il signor
Crispi, per allogarlo in qualche luogo. Un giorno io domandava a
Crispi: Siete voi Mazziniano?—No, mi rispose egli.—Siete voi
Garibaldino?—Neppure, ei replicò.—E chi siete voi dunque?—Io sono
Crispi.

Ora, io conosceva un Crispi che, per dodici anni, aveva partecipato a tutta l'opera di Mazzini; un Crispi che era andato audacemente a preparare in Sicilia la spedizione di Garibaldi ed era stato, in seguito, uno dei primi che misero il piede a terra in Marsala, di unità all'eroica donna che porta il suo nome; io conosceva un Crispi ministro di Garibaldi in Sicilia, poi per qualche giorno a Napoli, avendo più energia che tatto, più volontà che idee, più coraggio che capacità, più fermezza che autorità morale, uomo probo, perseverante, altamente ambizioso, incapace di viltà…. sì, io conosceva quel Crispi, ma io non conosceva questo Crispi tout court, questo Crispi inedito, che brilla da sè e non riflette nè Mazzini nè Garibaldi. Crispi si rivelerà forse ben presto sotto un nuovo punto di luce, una luce tutta sua. Ma, come vi sarebbe stato poca buona grazia da parte mia di classificarlo altrimenti che secondo la sua dichiarazione; come egli non è mica ancora ministeriale e non sarà giammai il capo della sinistra, come lo lascierebbe volentieri credere, io lo allogo, salvo errore, fra i repubblicani in istato latente. Ad ogni modo, il signor Crispi non è mica uomo a passare inavveduto in niun luogo, nè a restare negli ultimi ranghi. Alla Camera, ogni qualvolta parla, parla di sè o della Sicilia. È regionista, vale a dire, che carezza l'autonomia dell'isola sua. E ciò si comprende. Parla con lentezza, senza mirare a bagliori, ma al positivo, con una voce cadenzata di una maniera monotona. È stringente negli argomenti, e sempre nella questione. È laborioso e spiccio in mezzo alle panie amministrative. Ha coraggio; ma troppa personalità di odi e di amori siculi—sì che l'usbergo della prudenza sua rompe le maglie. Crispi sarà ministro un dì—certo—e forse in epoca non lontana—nè sarà dei peggiori che afflissero Italia.