Vi sono ora i liberali dipendenti o dottrinarii, imperciocchè essi sono partigiani della politica straniera del barone Ricasoli, carezzano l'alleanza francese e le idee inglesi, e difendono furiosamente l'autonomia amministrativa, cui il ministro Minghetti aspirava ad infiltrare nelle nostre leggi organiche, col nome di regioni, e cui il barone Ricasoli combattè e fece rigettare. Questo piccolo gruppo di democratici blasés e blasonnés, si compone principalmente di Lombardi, repubblicani prima del 1848, rivoluzionari o fusionisti a quell'epoca, in cui ebbero le prime parti nella stupenda epopea della rivoluzione, e poscia un po' di tutto, per intermittenza o per dispetto.—In fondo, convinti di nulla. Ma onesti, culti e facendo parata di loro cultura, sì che ne vengono fastidiosi, pesanti, affettati, uomini più di pensiero che di parola, abili, ma non audaci, tendendo ai mezzi termini, alla mezza luce, allo sbiadato. Il loro capo apparente è il signor Correnti, di cui discorsi innanzi, il capo reale è il signor Allievi, direttore oggi della Perseveranza.
Il signor Allievi è uomo che ha idee, ed idee ardite, ma le tempera per smania di gravità ed ambizione di passare per un uomo di Stato. Parla bene, ma senza calore, senza brio, dicendo cose sode, cose sane, cose giuste. Amico di libertà, ma pauroso di parerlo troppo—sente alto di sè, non dissimula sentir mediocremente di altrui—e non sempre a torto—freddo, ma gentile nei modi. Fa parte delle più gravi commissioni amministrative, ove porta sempre non mediocre corredo di. sapere acquisito nei libri. È sovente relatore di leggi e si tiene gagliardamente sulla breccia. Il più bel giorno della sua vita sarà, non quando avrà scritto un brillante articolo nell'importante periodico milanese, ma quando sarà nominato segretario generale di qualche ministro. Ciascuno ha i suoi gusti.
Segue il signor Visconti Venosta, il quale occupò degnamente le funzioni di segretaria di Farini nell'Emilia ed a Napoli. Oggi egli è membro del contenzioso diplomatico, comitato instituito dal conte di Cavour. Nominerò altresì il signor Restelli, uomo di portata politica distintissima: il signor Massarani, polemista, nella Perseveranza di molto rilievo, serio, colto giovane; il marchese Guerrieri Gonzaga, letterato ed economista di prima forza, poeta squisito che squisitamente ha tradotto or ora il Fausto di Goëthe, un dì repubblicano; oggi piegato a casa di Savoja, per odio degli Habsbourg, sotto di cui geme ancora la sua provincia. Citerò inoltre l'avvocato Gadda, ed il suo vicino il signor Finzi, avanzo radicale, ma intollerante, delle prigioni dell'Austria. Finzi restò dieciotto mesi in una muda a venticinque piedi al di sotto del livello del lago di Garda a Peschiera. Egli deve al suo silenzio implacabile se non fu appiccato come i suoi complici. Garibaldi lo nominò direttore della cassa per il milione di fucili. Aggiungo a costoro il napoletano Giuseppe del Re, elegante scrittore, anch'esso della Perseveranza, ed in quei principii, poeta, dalle cose politiche più alieno che caldo, scettico e beffardo.
Tra gl'indipendenti nominerò un altro avvocato milanese, di cui la Camera apprezza sempre l'autorità della parola, il signor Mosca. Questi è un puro tipo milanese—cavillatore, onesto, democratico e conservatore nel tempo stesso, intelligentissimo quando trattasi d'interessi materiali, poco curante degl'interessi politici, un po' ruvido, un po' brusco, un po' pesante, ma dotto, ed ostinato come un mulo nelle sue opinioni, cui difende con abbondanza e con logica stretta. Aggiungo a questa categoria il signor Costa Antonio di Genova, spirito positivo e luminoso, sopra tutto in materie di finanze; il signor Pica, che per dieci anni trascinò le catene di forzato politico nei bagni di Napoli e che disgraziatamente troppo carezza, per vezzo di popolarità municipale, l'autonomia napoletana; il signor Giuseppe Romano, ardente di ben fare; il signor Mandoi-Albanese; il marchese Ricci, che fu ambasciatore a Parigi e ministro con Ratazzi all'epoca della seconda riscossa che così infelicemente soggiacque a Novara; il signor Levi, razionalista, autore di Giordano Bruno ed i liberi pensatori italiani, dell'Unità cattolica e l'Unità moderna, e di molti altri opuscoli politici e filosofici, collaboratore di Ausonio Franchi; il signor Ranieri, che spesso dorme ma vota sempre bene, autore anch'esso di opere storiche rimarchevoli e rimarcate, carattere debole ed anima indipendente, florido di velleità più che di volontà. Io potrei citare ancora molti altri nomi, che sotto ogni rapporto meriterebbero fissare l'attenzione: aggiungerò solamente il signor Varese, autore di una bella storia di Genova e di parecchi romanzi, cuore freddo, dicitura purissima e lambiccata, intelligenza elevata; il signor Menighetti, redattore della Nazione di Firenze, uno dei capi del partito democratico della Toscana, oggi ragionevolmente moderato, scrittore elegante e non senza lena; il signor Toscanelli, ex-officiale di artiglieria a Venezia, capo del partito del movimento, giovane ardente e fantastico, molto competente in cose agricole, che pubblicava, non ha guari, un delizioso, spiritoso ed interessante libro sulle cose e classi agricole della Toscana; il signor Castagnola, spirito positivo e colto; il signor Michelini, il decano dei deputati italiani, parlatore intrepido innanzi ai rumori ed innanzi agli sbadigli, che sempre provoca, dotto economista, spirito difficile, costantemente nell'opposizione per gusto, per carattere, per tendenza di mente più che per cuore; il barone Bianchi, avvegnacchè propenda più dal lato del terzo partito che dal nostro; il signor Saracco, oggi segretario generale ai lavori pubblici, uno dei tre, con Mellana e Brofferio, che dopo quattordici anni siedono sempre all'opposizione, avvegnacchè i loro amici fossero passati e ripassati al potere; e Sebastiano Tecchio—il distinto veneziano che è vice-presidente della Camera, oratore e scrittore pieno di forza e di grazia, pensatore all'altezza di tutte le quistioni parlamentari, dirigendo le discussioni della Camera con una destrezza ed una capacità a niun altro secondo. Gallenga disse di lui, con tanta grazia e verità, che sembra un ritratto di quei veneti senatori del suo compatriota Tintoretto, che vive, parla e cammina. Tecchio pende egualmente piuttosto verso il partito di Ratazzi—ed un dì sarà ministro.
Io passo, ed a disegno, su i boudeurs consolabili, su i pretendenti a portafogli, sugli uccelli di passaggio e sugli esploratori che vengono dal campo nemico.
E perchè ne sono ai deputati, i quali non fanno che passare, aggiungo una parola su coloro che, traversando per recarsi alla destra, si sono smarriti e si sono arrestati su i banchi della sinistra. Potrei nominarne parecchi; mi limito a notarne di fretta e furia due soli, il signor Chiaves ed il signor Gallenga, avvegnacchè questi, quest'anno, abbia fatto un passo innanzi e sia passato al centro.
Il signor Chiaves ha degli slanci di oratore politico, la logica fina e serrata, il colpo d'occhio sagace, e sarebbe uno degli uomini i più notevoli del nostro Parlamento se non fosse autonomista, piemontese a tre doppi ed ultra-cattolico. Lo si ascolta nondimeno con considerazione e simpatia. Egli è il capo di coloro che rappresentano l'egemonia piemontese con Alfieri, Bertea, Bottero, Mazza, ecc.
Il signor Gallenga, un po' nomade, è inclassificabile. Il signor Gallenga, da due anni, mi perseguita nelle sue rimarchevoli corrispondenze del Times, chiamandomi demagogo, anarchico, mazziniano, murattista e pazzo. Peccato che non mi abbia ancora chiamato cattolico! Dovendo parlare di lui, io non mi vendicherò con una menzogna. Il signor Gallenga è una delle figure fantastiche della nostra Camera, che scappano di un lancio ed in un attimo a tutti i partiti. Egli è un misto di selvatichezza e di malleabilità, di repubblicano e di despota, che scatta come una bomba, che subisce tutte le vicissitudini della discussione come un barometro subisce l'azione dell'aria. Eminentemente nervoso, a senso di giustizia profondo, irritabile, disprezzando l'impopolarità, anzi vezzeggiandola come la sua parte di eredità parlamentare, pieno di un coraggio civile, che pochi, rarissimi, spiegarono con più a proposito, con più fierezza imparziale, se non secondo la cosa, secondo la sua coscienza; a giudizio acuto, sintetico e sovente paradossale, il signor Gallenga prende assai sovente parte alle lucubrazioni parlamentari, e negli uffici e nella Camera, là per portarci i lumi della sperienza del suo lunghissimo soggiorno in Inghilterra, qui per gittare nella bilancia la sua parola, la quale per essere troppo audace e troppo estrema, per le fibre triviali della maggioranza dei deputati prende l'aria di eccentricità. Il signor Gallenga ha pubblicato in Inghilterra parecchie opere sull'Italia, opere marcate di una grande esattezza di colpo d'occhio, riempite d'idee nuove ed originali e di molto sapere. Imperciocchè il signor Gallenga sa molto, e se ne addobba forse troppo. Le sue lettere al Times sono rimarchevolissime per ingegno, cui il signor Gallenga ha moltissimo, per imparzialità, per conoscenza di fatti e per pittura viva, sincera, variata, brillante—sopratutto quando dipinge gli uomini. Egli ha una corda di La Bruyère, una di La Rochefaucauld.
X.
I repubblicani della sinistra.—Brofferio, Macchi, Crispi.—Partito garibaldino.—Mordini, Cadolini, Musolino, Bixio, Cairoli, Bertani, Sirtori, Zappolta.—Gl'indecisi.—Liborio Romano, Greco, Lamasa, Assanti, Argentini, Polsinelli, Salaris, D'Ayala, Minervini, Ricciardi, Mellana, Sineo, Montanelli.—Sintesi della sinistra.—Perchè in essa non vi è un uomo di Stato.