Questa frazione del Parlamento non è compatta, ma è piena di audacia e di vita, non perchè la fosse certa di prendere un giorno lo scettro strappato dalle mani dei barone Ricasoli, o del Ratazzi, ma perchè essa possiede, senza avvedersene, qualche cosa come un programma, una bandiera che sventola su tutti i suoi membri e li copre tutti, malgrado le negazioni dei suoi avversari politici. Questo programma, dopo la morte di Cavour, era divenuto più potente: ma dopo le note ed i discorsi di Ricasoli è impallidito. Il presidente dei Consiglio ha posto la quistione di principio e di dritto di una maniera assai netta ed assai energica; la sinistra non può dunque differire da lui che sull'opportunità, il modo ed il tempo di applicazione. Quanto alla politica interna, le divergenze sono forse più ricise e ricche di dettagli; ma ciò oggidì interessa poco. Ciò è storia. Ciò sono i piccoli affari di casa, che non allettano tutti i gusti.—Lo scopo della sinistra, comune a quasi tutte le sue gradazioni di partiti, gli è di rovesciare il Ministero poco curandosi di ciò che possa seguirne. Parecchi membri di questa parte dell'Assemblea non si rendono neppure un conto ben esatto delle loro antipatie contro il Gabinetto attuale. Essi sono trascinati da un sentimento vago, sono forse strumenti di ambizioni celate; essi aggiungono un suono all'eco che palpita intorno a loro e nei loro ranghi. Gli abili si servono di questa forza; imperciocchè la peggiore di tutte le forze è quella che, non ragionando, colpisce come il martello della fatalità. E di quinci questa unanimità di scopo mirato da tante personalità diverse e variate.
Vi sarebbe ancora un'altra circostanza che potrebbe, non dico già riunire, ma ravvicinare tutti gli elementi della sinistra, e sarebbe la presenza del capo, vale a dire Garibaldi, il quale virtualmente primeggia tutti i partiti. Ma Garibaldi non è presente. Egli ha una capacità parlamentare molto discutibile, non è uomo da imporre o da osservare la disciplina. Di guisa che, tranne nel voto e nello scopo, la sinistra resta in frazioni come io ve la dipingeva più su. Garibaldi a parte, sonovi qualche altri individui che potriano passare per capi di partito, a causa dei loro precedenti. Io mi limito a nominare Sirtori, Brofferio, Montanelli, Tecchio, Guerrazzi e Ferrari. Ma essi sono ad una volta testa e coda della loro parte, perchè niuno li segue.
Io non mi fermo molto su Ferrari. Egli è conosciuto in Francia, forse più che in Italia; e fuvvi un momento in cui e' sollevò qui la collera universale, non a causa dell'irreprovevole suo carattere, ma a causa delle sue dottrine. Il signor Ferrari è il solo federalista della Camera—perocchè io non so che, palesemente almeno, due ne fossero. Egli non maschera punto vigliaccamente le sue opinioni; egli le lancia, al contrario, a torto ed a traverso, ad ogni proposito; e, cosa singolare, il Parlamento, che interromperebbe chiunque altro con i suoi bisbigli, lascia Ferrari liberamente sporre le sue teorie—a causa forse del suo nome, o a causa della tinta scientifica che l'eminente filosofo-storico dà ai suoi fulgoranti paradossi. Il signor Ferrari ha nondimeno degli sprazzi di luce, i quali riassumono talvolta una situazione con un motto felice e profondo. Se il Ferrari avesse rinnegate le sue prime convinzioni, egli sarebbe forse stato una macchina di guerra. Restando onoratamente federalista, su i banchi dell'opposizione resta impotente.
Ma che cosa è Guerrazzi? mi dimanderete voi adesso. Ohimè! io vorrei ben dirvelo, se lo sapessi, se il signor Guerrazzi lo sapesse egli stesso. Il fondo del suo pensiero di deputato è un mistero. Egli è italiano, senza dubbio; ma sotto di qual forma politica? È desso unitario, repubblicano, monarchico, costituzionale, anarchico? È desso federalista, è desso autonomista? Se io osassi indovinare, io direi che egli è, innanzi tutto, e non è altra cosa, che indispettito di non essere ministro, ed egli odia, a causa di ciò, l'assorbente ed invadente egemonia piemontese. Guerrazzi, come uomo politico, si è poveramente sciupato. Ma egli resta ancora un terribile lottatore parlamentare. Perocchè egli ha una lena inesauribile, e sulle sue labbra l'epigramma scatta spontaneo, e dove tocca, taglia. Egli ferisce a morte, ma fa ridere coloro stessi cui offende.
L'Italia poi deve a Guerrazzi il non aver essa veduto spento il fuoco sacro del sentimento nazionale. Da trent'anni il cuore d'Italia palpita potentemente rimescolato da questo scrittore veterano. La Battaglia di Benevento, l'Assedio di Firenze, Isabella Orsini, Veronica Cibo, i Nuovi Tartuffi, Beatrice Cenci, l'Asino, il Buco nel muro…. ed i suoi scritti politici, hanno avuto un rumoroso successo, non solamente letterario, ma nazionale. La stranezza del suo stile, amalgama bizzarro di lirismo e di pedantismo sonnolento, che si direbbe del Byron affannato e svaporato, del D'Arlincourt concentrato, la singolarità del suo stile, dico, vien compensata largamente da un olezzo di sentimento sempre generoso—quando non è scettico o gallofobo, e da una profondità di viste nuove, ampie, feconde, le quali rivelano un ingegno che lambe il genio. Guerrazzi commuove e scuote, ovvero disgusta.
Al Parlamento egli combatte da bersagliere. È la sua parte. Per il momento, egli sta sul broncio. Nella sessione passata non parlò che due volte, e male—ciò che avviene sempre quando la collera fa velo all'intelletto. Non vota mai. Fa dello spirito con i vicini, e lancia dei bei motti per sotto, non per sopra il mio banco. Fortunato il suo vicino che può raccoglierli!
Se gli ex-mazziniani sono numerosi, sopratutto sui banchi della destra, i mazziniani attuali e fedeli riduconsi a quattro o cinque. Il loro capo è Aurelio Saffi, gli altri, persone senza valore e senza nome. Io non parlo dei mazziniani misti, dei mazziniani garibaldini, tal che Brofferio, Crispi, Macchi, Mordini, Bertani…. Io classificherò costoro fra i garibaldini, perocchè in realtà essi amano meglio il sole di mezzodì che il sole quasi estinto. Il signor Saffi è un uomo ardente, quantunque a giudizio esatto e moderato; uno spirito elevato e molto colto; un polemista vigoroso nella stampa. Sventuratamente, la sua voce fievole e velata gli osta di tuonar alla tribuna come la tempra del suo cuore e della sua mente gliene darebbe l'attitudine. Non nomino, come dissi, gli altri mazziniani: non ne vale il fastidio. La voce di questo partito non ha eco nell'aula nostra. Il solo nome di Mazzini vi suscita degli uragani. Ferrari ringraziò un giorno il conte di Cavour, il quale gli permise di pronunziare questo nome formidabile in mezzo a mormori sordi dell'assemblea. E nondimeno si ascoltano intrepidamente Ondes-Regio, Emerico Amari e Gustavo di Cavour, i tre oltamontrani più proporzionatamente furiosi della Camera!
Il barone Ondes-Regio è il nostro Montalembert, meno la bile, ed il sapere ed il municipalismo siciliano in più. Il signor Ondes insegna il dritto constituzionale ed il dritto internazionale nell'Università di Genova. È autore di parecchie opere di dritto e di filosofia morale, non che di qualche libello cattolico—opere tutte fortemente pensate, scritte con eleganza e facilità, e molto apprezzate da coloro stessi—e sono numerosissimi—che ne combattono le teorie. Il signor Ondes non ammette tutti i principii dell'89. Egli osò chiamare scellerati, dalla tribuna, gli uomini della Convenzione—assolutamente come un cappuccino. Lo si direbbe un resurretto dopo dieci secoli—un revenant, nel nostro Parlamento unitario, scettico, e fortemente temprato dal battesimo della grande rivoluzione francese. Malgrado ciò, l'allettamento della parola e la considerazione tutta personale di questo fogoso cattolico son tali che tutti lo ascoltano con interesse, alcuno non si rivolta delle sue eresie sociali, molti si pregiano di essergli amici—ed io fra costoro!
Il conte Emerico Amari è il nostro M. di Falloux. Amari occupava la cattedra di filosofia della storia a Firenze. Lo si dice profondo giurista ed economista. Come il suo parente e vicino, signor Ondes, egli è autore di talune opere di grande portata, e cattolico così cieco, così convinto, che l'altro suo vicino e conterraneo, signor Ugdolena, lo sembra poco.
Il signor Ugdolena insegna all'Università di Palermo la Santa Scrittura ed è orientalista. Egli passò per gli ergastoli di Ferdinando II, poi fu ministro di Garibaldi, che lo nominò giudice della Monarchia Siciliana—specie di legato del Re in faccia della Santa Sede. Ha un'eloquenza melliflua, untuosa, episcopale. Ma questo esaltamento oltramontano e la tendenza di autonomia insulare a parte, questi tre siciliani combattono il Governo nella misura della loro coscienza, e tengono degnamente il loro posto alla sinistra.