Lo più indeciso di tutti però, senza avvedetene, mi sembra essere Ricciardi. Il mio vicino Ricciardi sì crede unitario, ed è napoletano; si crede repubblicano, ed in verità io non so proprio cosa sia. Egli è tutto, pour le quart d'heure, e ciò che è strano, lo è con convincimento e con coscienza. Dominato dalla malattia della vanità, egli ha fatto dei versi che sono della prosa, della prosa ripiena di buona volontà, correntemente, in veste da camera, per parlar di sè sotto il pretesto di parlar di non importa che. Se lo si dovesse giudicar su i suoi scritti, Ricciardi avrebbe inventata la Italia. Egli ha presentati finora quattro progetti di legge, cui il Parlamento non ebbe la serietà di prender sul serio.

Ricciardi ha la sventura di rallegrare la Camera, quantunque egli dica spessissimo delle cose giuste, vere ed assai bene esposte. Non ha lunga lena di parole, di idee, di mente. Un pizzichetto di qualche cosa, e passa. Però questo pizzichetto lascia un segno. Egli ha fatto giuramento di vedere ogni giorno il suo nome nel conto reso delle sedute—non fosse che per avere fatto rimarcare che nel processo verbale si era omessa una virgolo. Se lo si lasciasse fare, Ricciardi ci servirebbe un codice di sette articoli—come i sette sacramenti. Egli ha l'epidermide enciclopedico. Del resto, molto intelligente, perfetto galantuomo, convinto, coscienzioso, onesto, simpatico a tutti, non mancando nè di a proposito, nè di dignità. Ha dei travers, non pas des defauts.

Vi ho toccato, a due riprese, di Mellana, cui non posso collocare in alcun sito, in niuna classe. Egli è stato sempre al Parlamento, dal 1848 in poi e sempre all'estrema sinistra. Bersagliere formidabile, logico, serrato come un assioma, tattico, giudizioso ed abile. Mellana ha preso parte a tutte le lotte politiche del Piemonte. Egli parla non so qual lingua; ha delle maniere burbere e brusche, l'organo della voce poco simpatico; ma non appena ha dimandato di parlare, tutti si tacciono ed i ministri ascoltano. Chi usciva, rientra; chi leggeva o scriveva, cessa. Il Ministero sa d'innanzi che l'attacco è serio e senza riguardi. Se la sinistra dovesse riconoscere un capo, lo più abile, senza contesto, sarebbe Mellana. Ma egli è stanco della sua parte. La nomina di Ratazzi sembra galvanizzarlo. E forse vedremo il caso nuovo, strano, paradossale—Mellana ministeriale! La sarà bella.

Due soli nomi, e finisco con la sinistra—Sineo e Montanelli, arrivati non ha guari, e tali che non resteranno nell'ombra od indietro.

Sineo è uno dei veterani del Parlamento piemontese, noto al paese per la costanza nei suoi principii democratici e l'abbondanza nei suoi discorsi. Sedette e siede nell'opposizione. Mi sembra parteggiar per Ratazzi. Non avendo avuto il tempo per giudicarlo da me, mi taccio.

Montanelli è più noto, perocchè egli ha traversato tutte le evoluzioni della rivoluzione italiana; dal 1848 in poi, ed anche prima, si era fatto rimarcare nelle cospirazioni—allora in favor di Carlo Alberto. Montanelli ha portato nella sua vita politica due peccati originali: era poeta e cattolico. Egli ha voluto dissimulare questi due germi di debolezza nell'armatura di acciajo di cui deve essere corazzato un uomo di Stato: ma la poesia e l'odore di sacrestia si sono in lui sempre traditi—come l'odore del muschio. Di quinci tutte le oscillazioni, le fiacchezze, i cangiamenti, i disinganni, le aspirazioni inopportune, l'inconsistenza che hanno segnalato la carriera politica di lui. Montanelli è stato tutto, a causa di ciò—egli ha adorato Carlo Alberto, Pio IX, Mazzini, Lamennais, Proudhon, il principe Napoleone, la repubblica, l'impero, la federazione, oggi l'unità. Egli giudicava col cuore; calcolava con la speranza. Ma nel tempo stesso è stata la poesia, la quale lo ha tirato incontaminato di bassezze e di apostasia—malgrado i cangiamenti—da tutti questi urti della vita politica. Artista innanzi tutto, egli si è elevato sempre, anche quando sembrava discendere; si è elevato perchè credeva arrivare più presto alla soluzione dei destini d'Italia.—Egli credeva che questi tanti aeronauti, che egli salutava come aquile, lo conducessero a volo sublime. La valvola scattava: l'areonauta precipitava. Egli quindi ha suscitate in altrui molte collere, e per sè si è creati molti dolori, ma non credo alcun rimorso. L'ambizione, questo sublimato di tutte le poesie, gli aveva esilarato il cervello. Ed e' si lusingava, poichè aveva il cuor largo, la mente vasta, era istrutto, aveva fede, aveva ardire, e tutto gli sembrava tinto del colore del successo. Nel 1859, quella che apparivagli da Parigi una delle mille ed una notte, cangiossi in una notte d'incubi e di uragani. Il disinganno arrivò. Egli volle tener fermo. Ai disinganni si aggiunsero le traversìe. Infine, ricreduto—mutato a nuovo, italiano oggi come lo era stato quando gl'Italiani d'oggi erano non importa che, la clemenza, o l'indifferenza di Bettino Ricasoli gli ha aperto le porte del Parlamento, per cui era davvero una macchia ch'e' non vi fosse. Montanelli è eloquente e sarà una delle gemme della nostra tribuna. Egli sente, egli conosce la politica europea, sa di dritto e sa di storia, e comprende gli uomini. Non manca di destrezza. È scaltro e piacevole, insinuante ed affettuoso—a mo' dei Francesi, sul fiore delle labbra—non ha nulla dì volgare nell'anima, e calcola come un Toscano. Montanelli ascenderà, ed alto—accoppiando la nozione delle cose pratiche al calore dell'entusiasmo, con cui sa vivificare, elevare, infiorare le cose. Ora, l'esperienza ed i disinganni gli serviranno di duci.

Ecco la sinistra. Io ne ho tralasciati, e dei valenti. Ora, come avete potuto rimarcarlo, vi è in questa parte della Camera delle forti individualità, ma neppur un sol uomo di Stato. Se domani il re fosse obbligato di scegliere un Gabinetto in questo partito, S. M. potria vantarsi di essere l'alchimista politico il meglio dotato se ella sapesse estrarne due soli ministri. La ragione e la causa ne sono semplicissime. I membri della sinistra sono degli uomini d'azione, i quali, non avendo giammai trionfato, non hanno avuto giammai l'agio di sintetizzare le loro idee. Si pensa, si riflette dopo il combattimento. La sinistra si batte sempre, armeggia contro tutto e contro tutti. Il suo destino è l'ideale. La sinistra ha i suoi capi, il suo programma; ma non ha l'opportunità di farli valere. Essa è là: si batte—e domani ancora si batterà come jeri. Bisogna uscire dai suoi ranghi per spendersi in moneta di potere, farsi valere, arrivare. Ecco come il terzo partito oggi domina—ecco perchè i più ambiziosi diventano, presto o tardi, transfugi della sinistra. Il terzo partito ha potuto costituirsi perchè la natura dei suoi principii gli dava dei periodi di tregua. La sinistra non ne avrà mai. Il popolo la rinnovella sempre di nuove forze e di forze giovani, come Iddio manda la primavera alla natura.

Ora veniamo al centro. Apriamo la sepoltura. È il dì dei morti.

XI.

Il centro.—Sede della consorteria napoletana.—Capo putativo.—Poerio, Mancini, Conforti.—La consorteria.—Pisanelli. Scialoja.—Altri deputati del centro.—Napoletani o no.—La utilità della Camera.—Colpo d'occhio sull'insieme e sulla natura del Parlamento,—Ciò che esso rappresenta e significa in Europa.—Ciò che è all'interno.—Conclusione.