Torino, 25 marzo 1862.

Apriamo la tomba, ma per tirarne fuori i qualche vivi che dentro vi caddero, non per contristare sguardi per spettacolo molesto.

Il centro è il sito più prediletto dei deputati napoletani—di quei principalmente che vanno addimandati la consorteria—e loro affini. Il capo di questo squadrone strisciante sarebbe naturalmente il Poerio—se Poerio avesse capo o coda. Dio ne ha fatto un monumento della fragilità umana: che la mano di Dio sia rispettata! Poerio è una reliquia. Lo si imbandisce nelle tavole ministeriali, come un oggetto di curiosità egiziana e di appetito ben conservato—perchè la poca forza che resta a questo gran martire si è concentrata nelle mascelle, mascelle potenti, le quali quando non masticano, lavorano un concettino all'Achillini, onde presentarlo ad una signora. Quanto al cervello, Poerio l'ama meglio à la sauce blanche che nella sua testa. Colpa senza dubbio di quello scellerato di re Borbone, il quale assiderò quest'uomo di Plutarco nelle prigioni di Montesarchio—ovvero di quel burlone di Gladstone, il quale creò questo grand'uomo all'uso di John Bull, come Caracalla creò console il suo cavallo. Infine, colpa di questi o colpa di quegli, l'illustre barone Poerio non luce più, e la capitania del suo partito gli è sfuggita di mano. E' non è capo che nel suo capo. I Pipino di questo Cilperico sono stati—cosa strana—due diffidenti—Conforti e Mancini—ed una varietà—Scialoia.

Conforti era stato—ed è uomo ad essere ancora, finchè si faranno de' Ministeri provinciali: Mancini è. Egli ha toccato infine la meta per cui aveva tanto fatto, tutto fatto per arrivare. Egli è ministro. Che il portafogli gli sia leggero—come egli è leggero. Mancini è una parola di caoutchouc, una parola fatto uomo, flessibile, profusa, incolore, dicendo tutto, non dicendo niente, buona alla prosa ed al verso—buona a tutto—giustificando tutto. Ora Mancini è ministro dell'istruzione pubblica, e' sarebbe domani, con la stessa imperturbabilità, con la stessa capacità, ministro della guerra o della marina—tutto ciò che volete. È una stoffa di cui e' lascia fare, a volontà, un mantello o un berretto—purchè qualche cosa se ne faccia. Mancini non sa nulla—ma comprende tutto—e se non lo comprende, vi tiene persuaso che l'abbia compreso—ve ne parlerà per due ore! Mancini è entrato a far parte in un Gabinetto che non dà indizi di lunga vita. Cadranno tutti sul sedere: Mancini solo sui suoi piedi. E' non farà nulla—eccetto qualche cosa per il signor Oliva e per gli olivi che gli spargono la via di fiori—ma niuno avrà tanto detto di fare, di voler fare, di poter fare, di saper fare, di avere a fare, e di tutte le combinazioni possibili che potete trovare a questo verbo magico—eccetto il preterito passato—ho fatto! Mancini—con un po' di pratica, diventerà il tipo dei ministri parlamentari—vale a dire, dei ministri minchionatori. Il no, nella sua bocca, sarà una parola introvabile, impossibile a proferire. Sta fresco però chi si addorme sul suo sì, accompagnato e preceduto da un franco sorriso e cementato da una generosa stretta di mano. Che volete? sono le miserie del mestiere. La grande arte di un ministro constituzionale è di saper cacciare le mosche. Ora sfido chi mi trovi qualche cosa di più gaio, di più leggero, di più mobile, di meglio variopinto che Mancini per tenere a distanza per un momento questi insetti petulanti. Un imperatore romano le uccideva: Mancini apre la finestra per lasciarle volar via, o apre la porta onde cacciarle dentro la stanza del suo vicino. Uomo d'ingegno pronto e vivo, di parola facile, di coscienza larga, di carattere compagnevole e non egoista, onesto e liberale, vano ma non puerile, anzi modesto nella vanità, sibarita di buona compagnia, senza fiele e senza rancori; più studioso di parere che di essere, più credulo che cospiratore, abindolato dai consorti, ma di costoro per ogni verso ripugnante ed in tutto superiore, fresco e roseo come una pasqua, inanellato come un cheruhino di villaggio…. tale è il commendatore Mancini—fra non guari conte del Regno d'Italia. A Mancini mancano due cose per essere ministro: la tempra forte e la pratica. Questa l'avrà presto: quella non mai. Sarà dunque un ministro ad uso del Parlamento, ma non mai un ministro.

Conforti, con talune tinte più fosche, riproduce parecchi di questi tratti. Per Conforti la parola non ha altro ufficio che quello cui le attribuiva Talleyrand, dissimulare le proprie idee, o servire il proprio intendimento. Questa parola è fluente, flessibile, ornata, simpatica, talvolta un po' gonfia. Conforti è certo uno dei migliori oratori della Camera: ma ha il buon gusto di non prodigarsi. Egli è stato ministro a Napoli di Ferdinando II, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele. Non ha lasciato desiderio di rivederlo; ma neppure repulsione, nè la mala fama che contaminò altri. Gli fe' torto l'agognare a popolarità, prodigando cariche ad immeritevoli: non lo si accusò di nepotismo. Fu leggero, fu largo, fu debole; non perfido, non avido. Egli ha capacità pei tempi ordinati e nelle amministrazioni ordinate; ma non ha mente organica e guardo sereno. È uomo che non si apre volentieri; che non guarda mai in viso nè gli uomini nè le situazioni; sempre un certo fare da chi cospira, da chi diffida, da chi disprezza gli uomini e non crede più in nulla. Ha figura corta e larga, sguardo torvo, dimenarsi inquieto, sorriso impertinente, aria beffarda. È smemorato, spesso a disegno: è distratto: è piaggiatore, ma con garbo e misura: è ambizioso, ma incapace di bassezze: non è fedele agli amici politici, perchè ha mente politica mobile e cuore politico scettico: vuole complici, non vuole esserlo che a ragione veduta ed a guadagno netto. Conforti ritornerà sulla scena del Ministero. Farà come gli altri. Poi ascenderà, discenderà con flemma ed a tempo. Ha il tatto di non aver pressa. Egli ha un piede nella consorteria: ma lo dissimula bene. Trincia da indipendente. Giustifica tutto con fina prontezza, ha comprensione viva, sottile, logica divagata e dilavata nel profluvio delle parole sonore. Ha attitudine più amministrativa che politica. Se i gesuiti fossero alla moda, Conforti sarebbe un affiliato. È di quegli uomini di cui non si può dire con sicurezza: è questo: sarà questo! Sarà, e bazza a chi tocca.

Se io volessi ora rimestare nella così detta consorteria napoletana, molte miserie e cose non liete dovrei ricordare. L'odio, il disprezzo di Napoli l'ha marchiata, dopo averla veduta alla prova. Io schivo di ripetere. Capo di questa associazione di mutua difesa d'incapacità e di mutua assicurazione di profitti è Pisanelli: soci ordinari, De-Blasis, Capone. Missari, Bonghi, Imbriani, Spaventa, Piria, Caracciolo, De Vincenzi, De Cesare, Leopardi, Ciccone…. ed altri, di cui, come di questi, non è delizioso il parlare. Essi son passati quasi tutti per gli affari a Napoli. Non fecero che impinguare i loro, non obliando punto sè stessi, considerando la cosa pubblica come affare di famiglia. Un giornale di Napoli accusò taluni di essi di peculato. Si commise un'inchiesta sulla denunzia. Poi La Francesca, che istruiva, fu traslocato, e l'inchiesta rimase sepolta, senza che alcuno degli accusati reclamasse. Se io mi fossi trovato nei panni loro avrei dato fuoco ai quattro angoli del regno onde tirare le cose al netto ed espletare l'inchiesta, il giudizio: quei messeri zittiscono. Della capacità dei consorti è inutile discorrere. Le pruove che la disegnano sono molte, dimandatelo ai Napoletani. Se ne hanno di più recondite, che canti il budget. Io, per poca mente forse, per limitata percezione, non so vederne alcuna, al di sopra di quella trivialissima di toute le monde. Mediocrità, petulanza, alto sentire di se, rimestare senza scrupoli…. ecco la camorra. Ah! respiro che non abbia più a scrivere il nome di costoro.

Due parole sole per Pisanelli—il capo di fila. Questi ha svegliata più collera degli altri—forse perchè l'opinione che avevasi di lui era più considerevole. Infatti, Pisanelli passava per uomo istrutto; per parlatore enfatico, sì, ma facile, colorito ed elegante; per carattere sostenuto, per disinteressato ed alla cosa pubblica atto, e delle cose politiche intelligente. Messo a prova, il disinganno fu completo. Alla Camera ha parlato due volte o tre, ma da avvocato, con un'enfasi drammatica ed un periodo cadenzato a schiantar l'anima; parole sesquipedali ed assenza completa d'idee. Fe' da ministro a Napoli: popolò gli uffici di parenti, di amici, di amici dei parenti e parenti degli amici; mostrò fiacchezza, presunzione, assenza di cognizioni, mancanza di tatto e d'imparzialità; velleità, non determinazione, flessibilità muliebre, vanità, non attitudine; brancolò, afferrò per sè…. di cui restagli adesso la cattedra di dritto constituzionale nell'Università di Napoli. Ho letta la sua Prolusione: una miseria di luoghi comuni, di roba vecchia, di spasimi, d'entusiasmo e di piaggerie. Non voglio aggiunger altro. Pisanelli aveva la stoffa per essere un uomo distinto, se non un uomo di genio; la parola facile, la mente svelta, la persona attraente, il carattere ameno e pieghevole. Un'ambizione precoce eccessiva, avida, ha tutto precipitato. Napoli, al suo ritorno dal Parlamento, lo salutò di un indegno chiarivari. Gli studenti non lo amano nè lo stimano. I liberali lo respingono; i conservatori ne diffidano; i consorti non lo risparmiano. Ritirandosi per un tempo dalla vita pubblica, facendo pelle nuova, consolidandosi di studi serj per insegnare ciò che ha debito, rinunziando con fermezza agli affari, Pisanelli potria ancora riabilitarsi e brillare fra i primi nei futuri Parlamenti italiani. E' non è corrotto, e vale assai meglio della sua fama. Cosa singolare! se Pisanelli avesse avuti nemici che lo avessero aspreggiato, forse avrebbe rimbalzato e si sarebbe risollevato. Egli non svegliò collera: destò indifferenza, disdegno, pietà—un'atmosfera tiepidissima di favore o di rancore l'ha mollificato e stemperato.

Quanto a Scialoja, me ne sbrigo con poche parole. Nessuno gli contesta capacità ed abilità. Egli parla bene, scrive bene, pensa bene nelle cose economiche, senza lampi di genio però: riduce, coordina, riassume ciò che altri scrissero, trovarono, pensarono. È scaltro in grappare le cifre; sa parare e ferire; dissimulare il lato debole di una posizione; far dei muri di cartone dipinti sì che sembrano proprio un macigno. Dietro le sue esposizioni, il tesoro è proprio un tesoro. Non cura i risparmi, spende, s'impania, s'imbraga nella burocrazia. Ha mente più analitica che sintetica. Saprebbe ordinare, non fondere e creare. Scialoia è l'uomo che, dopo Pisanelli, si è più distinto per nipotismo a Napoli, e contro di lui si grida più che la croce. Gli si rimproverano modi alteri, dispotici: lo si dice presuntuoso. Di ciò io non so, che lo rinvenni modesto e cortese tutte le poche volte che mi ebbi a trattare con lui. Ha figura acuta, sorriso beffardo e maligno, lo sguardo penetrante, ed un insieme che significa scaltrezza, investigazione, vita gaia e scetticismo incorreggibile. È rotto agli affari; ma assapora meglio la rutina, che non ha voglia e mente ad organizzare semplificando—come mi par disposto l'attuale ministro Sella. Scialoia è stato ministro—o qualche cosa di simile—e lo sarà ancora. Ma non sarà nè per apportare risparmi nei bilanci, nè per togliere abusi, nè per cangiar stile e metodo; si tiri avanti come pel passato—ecco tutto.

Tra i membri del centro, che sornuotano e che non appartengono alla società del Dio Crepito napoletana, io disegno il Baracco, Garofalo, Agudio, Pessina, Torre, Compagni. Tra i non napoletani si distinguono il Castelli, il Gadda, il Briganti-Bellini, il Cappino, il Sanguinetti, che sta sempre sulla breccia, se non sempre con successo sempre con audacia; il Marliani, che è, uno dei deputati i più distinti del Parlamento per esperienza, per finezza di tatto, per concetto politico opportuno, per scienza di cose e di uomini, che parla di rado, ma sempre con felice a proposito, e sempre per dire cose non ordinarie; il Torreggiani, che è valente economista e usa di ciò che sa con parsimonia, con gusto, con opportunità.

Ora che mi sia permesso di nominare al desert un certo numero di deputati che io sarei per addimanciare le utilità della Camera, e che non ho potuto cacciare qua e là nei compartimenti del mio lavoro, onde non alterarne l'economia ed il disegno.—Non mi ricordo più se taluni di essi li abbia di già nominati. Il pleonasma però non nuoce. La schiera è numerosa, ed i loro nomi debbono essere familiari ai lettori delle tornate della Camera.