Segnalo innanzi tutto i miei vicini. Castagnola, spirito sodo e positivo, che ha la parola sicura ed autorevole ogni qualvolta si parli di cose di mare e di commercio, ed in generale in tutte le quistioni amministrative; Bertea, che va tra i campioni pel piemontesismo e tra i partigiani del terzo partito, mente calma, senza passione ma tenace; Castellano, che quest'anno ha emigrato dalla destra alla sinistra e vi ha tenuto distintissimo posto, sempre all'avanguardia, e sovente battendosi nella confezione delle nuove leggi di finanza. Questo giovane, che non manca di abilità, di sagacia, di comprendere da che parte del pane stia il burro, che ha i mezzi di pervenire, perverrà certo. Segnalo altresì il signor Giovanni Ricci, il quale non passerà guari sarà un distintissimo ministro della marina d'Italia, avvegnacchè Bixio, dimandato un giorno dal Gallenga a chi confiderebbe quest'importantissimo portafogli, se la scelta stesse in lui, rispondesse che lo darebbe al Monti. Ed in vero, Monti e Ricci sono ambo espertissimi nelle cose di mare, ed il loro voto è di somma autorità—senza parlare dell'onorabilità del carattere che è a niuno seconda. Tra gl'ingegneri civili e militari, avendo, credo, già ricordato il colonnello Pescetto, ho l'obbligo di nominare il maggiore Conti, il signor Ranco, che oltre la sperienza della sua professione, mostrava in una discussione alla Camera, del decimo d'imposta sui trasporti per le strade ferrate, distintissima sagacia parlamentare e finezza di dire. Vi aggiungo pure gl'ingegneri Biancheri e Mongenet, quegli, del terzo partito, questi del centro. Tra gli economisti distintissimi della Camera, che non mancano mai di prendere la parola quando trattasi di affari che abbiano attinenza a questa scienza, credo di non aver già parlato del Cini, nè del Nisco, nè del Saracco, nè dell'Oytana, nè del De-Luca. Credo di avere altresì obliati l'ardente vecchio e veterano di tutte le guerre per la libertà, combattute nei due mondi, il generale Avezzana. Nè aver parlato del bravo ex parroco di Sorrento, canonico Maresca, all'aspetto, ai modi, alla riserva, al parlar untuoso, alla pinguedine, alla placidezza vescovile. Nè aver segnalato il Brioschi, segretario generale dell'istruzione pubblica, mente capace, amministrativa, ma senza audacia. Nè aver toccato del San Donato, oratore aggressivo e pittoresco, uno dei paladini del terzo partito. Nè del conte Borromeo—Minghetti in scorcio—il quale ha di futuro ministro l'incesso e la speranza. Nè del distintissimo giovane Pietro Mazza, spirito arguto, parola facile, intelligenza viva ed ornata; nè dell'Ugoni, nè del Trezzi, nè di Ara, nè del Monticelli, nè del Tonello, nè del Sanna-Sanna, che non ha guari così elegantemente e profondamente discorreva della sua Sardegna; nè del Plutino, che parla una lingua impossibile, con un accento impossibile, ma che fissa spesso l'attenzione della Camera sulle cose che dice; carattere insaissiable, che fa delle evoluzioni da beduino, che non si sa mai se è contro o in favore di un Ministero, ma che è sempre un campione ad oltranza degli interessi della Calabria. Credo pure di avere obliato il Lissoni, il Fiorenzi, il Silvestrelli, che in mezzo a noi è l'immagine di Roma che protesta e dice: anch'io vi sono!—il Luzzi, ardente mostra del carattere marchegiano, brusco, audace, positivo. Se ne ho già parlato, ricordo tre distintissimi giureconsulti della Camera, Mari, Regnoli e Panattoni, che non mancano mai al loro compito, e sovente con grande distinzione di modi e di scienza. Poi ricordo due napoletani, anzi tre, il cui nome e la cui parola risuona sovente nella Camera, e sempre udita con simpatia rimarcata, vo' dire l'originale Mandoi-Albanese, l'enfatico ed accademico Minervini, dalla frase rotonda, dall'idea a marchio sempre scientifico, troppo cerimonioso ed intrepido in mezzo alle impazienze della stanchezza, e Lazzaro—che finirà per conquistare il suo posto quando avrà acquistato più calma, e la foga delle idee o dell'affetto non lo mutilerà. Aggiungo Leardi, istruttissimo giovane; Bottero, che, tutti sapete, ha figura da canonico, ma canonico come Swift e Rabelais. Infine, il silenzioso Cosenz ed il ministro della guerra, generale Petitti—il quale è un diminutivo del generale Lamarmora: come questi cocciuto, ma non avendo, come questi, antipatie e repugnanze a priori.
Se di tutti avessi voluto dire, ed a lungo, non me la sarei sbrigata sì presto. Ogni individuo del nostro Parlamento ha una storia, è una figura—ed avrebbe di giustizia dimandata una pagina. Ma nè io li conosco tutti, nè tutti ebbero finora il tempo di mostrarsi sotto il vero loro punto di luce. Ogni giorno io scopro là un carattere, qui un pubblicista e talvolta un uomo di Stato, altrove un oratore, più oltre un valente economista, ed ancora degli uomini pratici, culti, utili, che portarono, ciascuno dal lato suo, la pietra per elevare la piramide che chiamasi Italia una, e ne formano la vita, il pensiero, la gloria. Specialità infinite, maniere squisite, intelligenze vaste ed audaci, scienziati…. Presi ad uno ad uno i deputati del Parlamento italiano sono quanto l'Italia ha di eletto fra i suoi figli più eletti—ed a niuno dei membri degli altri Parlamenti, europei secondi. Anzi i nostri han la modestia in più.—Avvicinateli negli Uffici, nei ritrovi, nelle riunioni eventuali…. ogni nuova conoscenza è una deliziosa sorpresa—sorpresa tanto più profonda quando siamo a ricordarci che tempi ebbimo a traversare, dal 1815 in poi, e che governi!
Se io fossi di natura men selvaggia e meno obliosa, avrei forse raddoppiate le pagine di questo libro, ed augumentatone l'interesse. Ma la mia ritrosia non so vincere, e non ho sfiorato che i profili di chi conobbi, di chi lambii, in passando, un bricciolo di conversare. Quindi, il mio libro è incompleto. E ne domando scusa a coloro di cui tacqui e di cui avrei dovuto favellare, ed a coloro di cui mi sbrigai con una frase, la più corta possibile, e perciò talvolta monotona. Ho scritto però senza malignità ed a seconda dettava dentro la mia coscienza.
Presi in massa intanto quegli individui sì vari, sì diversi, sì completi, sì scelti, formano un insieme che sembra una grande dissonanza al primo audito, al primo colpo d'occhio. Ma poscia, quando si compara, quando si rapprossima, quando si conosce il tuono e si è fatto l'occhio allo scintillìo di tanta mobilità di luce, si vede che il Parlamento italiano è un corpo perfettamente organizzato, all'organismo forte, ai legami potenti, agli organi diversi vigorosamente sviluppati, e di cui la varietà forma l'unità. Vi è in esso un sistema di compensazione continuo; di completamento provvidenziale—in cui Ricasoli completa Ratazzi, il marchese di Cavour completa Ferrari, Mellana completa Mancini, Brofferio completa Buoncompagni, Ondes completa Levi, Crispi il Paternostro ed io il Chiaves, e Conforti il Mordini. Cento antitesi danno la grande tesi dell'unità nazionale—espressa in questo teorema che chiamasi Parlamento. I partiti sono vivi, gl'interessi pronunziati, le passioni esigenti, le titubanze legittime, le impazienze logiche…. la ragione del clima, della latitudine, del sole, del suolo scoppia per tutto. Ma, nell'urto, nasce quella temperatura media che si vede poi regnare di ordinario nell'atmosfera delle nostre discussioni. A gruppi, ti sembrano divoratori, sovvertitori; riuniti, ti stupisce la loro calma, la prudenza, la moderazione. E prova ne sia l'amministrazione Ricasoli e l'attuale.
Nelle sale, un Ministero non ha un'ora di vita: nell'aula delle sedute, esso ha sempre una maggioranza che stupefà. Solo questi elementi centrifugi diventano centripeti nel contatto, perchè là si stabilisce una corrente di compensazioni che smussa ogni angolosità; la volontà domina l'istinto, il calcolo tempera la passione, l'interesse soprasta all'idea, l'opportunità fa tacere il principio, la prudenza mette la musoliera alla foga. Ed è ciò che chiamasi coalizione, o connubi—ed è ciò che, mentre attesta il gran senso pratico che hanno in politica gl'Italiani, rende importante ed effimere le loro amministrazioni. Un Gabinetto non può contare sull'indomani, perchè gl'interessi si muovono e variano, mentre i partiti, i principii, le idee, gl'ideali permangono. Noi non avremo mai i lunghi ministeri di Walpole e di Pitt, di sir Robert-Peel, di Palmerstori, di Guizot. Questi rappresentavano un corpo completo; poi un embrione che si fa uomo, che cangia, che cresce, che si dilata, che acquista varietà di vita a misura che ne viene rigogliosa l'esuberanza. Il conte di Cavour e la sua dittatura fu possibile perchè ebbe a fare con un Piemonte, Stato di già omogeneo e completo. Oggi anch'esso, malgrado la sua mutabilità di forma, di metodo e di mezzi d'azione, egli stesso subirebbe le leggi di instabilità e di varietà che presiedono alla formazione della nazione. Le forze vive cangiano. E queste forze vive sono i vari elementi che si osservano, si mischiano, si urtano, si compenetrano, combacciano, si respingono, si amalgamano nel Parlamento.
Ogni Parlamento nuovo è un sostrato completo che forma la scorza del consolidamento nazionale. Esso è un'epoca—un'epoca intera con tutte le sue fasi, le sue facce, i suoi portati, i suoi prodotti. Questo sostrato consolidato, quest'epoca finita—la natura viva che si rinnovelia addimenta altro, entra in altra crisi, in altra formazione. Quindi altri elementi, altre forze, altri agenti. L'attuale Parlamento ha finito il suo tempo. La fase della nostra storia, che lo rese indispensabile e legittimo, è cangiata. Esso non ha più presa, non ha più eco, non più ragion d'essere. Non risponde ad alcun bisogno, non soddisfa più le esigenze dei tempi. Quindi deve ritirarsi. Quindi lo si vede oscillare, brancolare. La sua sève è esaurita. L'Italia d'oggidì non è più quella dell'anno scorso. Un mondo nuovo è nato. Altri interessi sgruppati, altri nuovi sorti ed esigenti. La corrente elettrica tra il popolo ed i suoi mandatari è rotta. Bisogna ristabilirla. Nuove elezioni sono indispensabili. Però questo Parlamento fece il suo compito, e largamente. Esso lascia un marchio.
In Italia esso esprime l'unità; fuori, l'unità e la rivoluzione. Il Parlamento è il cuore che palpita ed indica in Europa che l'Italia una vive, pensa, parla, vuole, ed è pronta ad agire. Se il Parlamento italiano non esistesse, l'Italia una, per l'Europa, sarebbe un'utopia, un sogno, e forse un attentato da cospiratori. Tanti individui, convenuti da tutti i punti d'Italia, con tante passioni, idee, precedenti, interessi diversi, sedere insieme, intendersi, formare una maggioranza ed una minoranza, esprimere concetti identici, desiderii comuni, scopo unico, stupisce, atterrisce l'Europa. Questa cominciò dalla meraviglia, anzi dall'incredulità, oggi subentra in lei l'agitazione, la paura. Ed è perciò che le ostilità contro l'unità italiana, da sei o otto mesi in qua raddoppiano in tutta l'Europa. Oggi, uditelo nell'Assemblea francese, noi siamo la rivoluzione—il long Parliament che aspetta il suo Cromwell. Per l'Europa l'Italia si concentra in due fuochi: nel Parlamento—un'incognita da cui la crudeltà dei tempi può tirar fuori Dio sa che—ed in Garibaldi—non l'uomo della logica, della ragione, della convenienza, ma del destino—forza selvaggia di una natura concentrata per quattro secoli—l'Italia! Il Parlamento è per l'Europa un vulcano, una negazione terribile, delle basi cui essa credeva riposare. Il Parlamento ha attestato il suo dritto su Roma e su Venezia. Ed a Venezia e' rappresenta la negazione dell'Impero; a Roma, quella del papato—vale a dire, il rovesciamento, del dritto che per quattordici secoli servì di ritmo alla vita di Europa. La terribile Convenzione, in paragone a questa placida, moderata, flemmatica nostra assemblea, fu un'assemblea di fanciullette. Essa non concepì un cataclisma così completo della società europea—fu difesa, non aggressione. E noi aggrediamo. La tenace temperanza stessa, la pazienza, la ipocrisia del nostro Parlamento sconvolge l'animo delle potenze. I furori duran poco, l'entusiasmo si calma, l'ebbrietà svapora; la tranquilla fede, la perseveranza intemerata nostra, la calma dell'insieme nello scoppio e nei bagliori delle varietà che minacciano, che sfidano, che protestano, che s'impazientano, che si mostran pronte a fare, ed impellono ad agire, gittano nei gabinetti europei un turbamento indefinibile. Essi veggono un fantasima che leva il capo e sormonta la cima delle Alpi, e si domandano: che vuole costui in definitivo? dove andrà? E lo spettro di Roma—delle due Rome forse—di quella di Cesare e di quella di Gregorio VII—sembra risorgere minaccioso.
Sopprimete il Parlamento—questo crogiuolo della vita italiana—e l'Italia scompare, ed il fantasma si dilegua. Finchè questa sintesi di sette antichi Stati—sta in piedi, si presenta all'avanguardia, va compatta, sta soda, confidente, concorde, si attesta, attesta i suoi diritti, tien testa ai rifiuti, alle minacce, alle negazioni, alla lotta, ed incede, ed avanza, e non si arresta mai, e non trasmoda, e non perde nè la dignità, nè la calma, ed ha fede, ed è inesorabile o clemente a seconda le vicessitudini e le circostanze, e non si subordina a chicchessia; finchè questa sintesi della nazione italiana, dico, fa udire la sua voce in mezzo all'Europa che ascolta e ne spia ogni movimento, l'Italia non corre pericolo. Essa è in via di formazione: si completerà.
Quindi è mestieri non colpire il prestigio che esercita ed ha il Parlamento. Esso è l'arca santa della nazione. Resterà, quando ministri e re non saranno più. Esso è la nazione—vale a dire l'immortalità. Perocchè l'Italia, che si credeva morta, squartata e sbranata come era in sette membra—l'Italia si è trovata viva, quando Este, Lorena, Borboni, Asburgo non sono stati più, non sono più. Anatema a chi bestemmia contro il Parlamento, ed al Parlamento, esso stesso, se contamina la sua dignità! L'insignificanza, la bruttura stessa di qualcuna delle sue membra non alterano la vita e la nobiltà del corpo. Il corpo, si rinnova nella giovinezza eterna della nazione.
L'esistenza del Parlamento all'interno è il faro su cui si poggiano e riposano gli occhi di tutte le provincie: esso è la sua fede, la sua coscienza. L'Italia sente che è una—e come tale pensa, ordina, obbedisce, agisce. L'antica geografia, che palpita forse ancora nei brani dei vecchi interessi, diviene un solecismo politico dal momento che si ode la voce che parla dalla tribuna italiana. Toscana, Sicilia, Napoli, Lombardia, non sono più che un nome, ed in questo battesimo—la rappresentanza italiana—tanti nomi che non ne fanno più ch'uno—l'Italia. L'irradiazione della forza nazionale qui si concentra, e parte di qui. Cuore e cervello, dal Parlamento sgorga la vita, la volontà, il pensiero e la coscienza, la forza, la fede; procede da tutti, ed è tutto. Esso è la legge.