Malgrado si mettesse queste questioni, mistress Grown non osava nulla chiedere allo straniero. Si proponeva mostrargli tutto, tutto dirgli. Lo condusse dunque nella vasta sala ove le ragazze entravano in quel momento per pranzare.

Erano circa centocinquanta.

La sala, lindissima, era rischiarata da parecchi finestroni aperti, sporgenti sul giardino, da cui penetravano, nel tempo stesso, il sole a grandi ondate, la brezza, il cinguettare degli uccelli che folleggiavano negli olmi, ed il profumo dei fiori delle aiuole, misto all'odore delle vivande.

Delle tavole, senza mensale, coperte di tela verniciata, correvano da un capo all'altro della sala.

Ogni figliuoletta occupava il suo posto numerato.

La veste in cotonata bruna non le sformava troppo. L'azzardo le aveva abbellite di teste bionde, di occhi limpidi, di labbra rosee che sembravano sospirare i baci di una madre—e la minestra.

Quando ognuna fu al suo posto, un momento di silenzio seguì. Poi, dal centro delle tavole, una modesta ragazza di diciassette a diciott'anni, la più attempata della compagnia, intonò il benedicite di una voce dolce ed un poco commossa.

Aveva questa terminato appena la preghiera, che un'altra giovinetta cominciò a dispensare con rapidità ed appropriatamente le porzioni di carne e legumi, ammonticchiate nel piatto a lei dinanzi.

La direttrice ed il visitatore percorrevano il refettorio silenziosi e lenti.

Si sarebbe potuto leggere sul sembiante di mistress Grown la soddisfazione, con la quale constatava la ciera di salute che mostravano quelle fanciulle, ed il buon appetito con cui esse divoravano la loro pietanza. Mistress Grown dimandò perfino a qualcuna d'elleno se era soddisfatta.