Il principe la salutò rispettosamente, e, prendendola dalle punte delle dita, la ricondusse al canapé. Rimarcò che la tremava tutta.
—Madama—disse egli, dopo alcuni istanti di silenzio, unicamente turbato dal sibilo della respirazione commossa,—madama, io vengo a prendere i vostri ordini. Sono costretto a partir oggi stesso pel castello di Lavandall, ove mia madre mi aspetta da qualche giorno, ed ove mio fratello arriva stasera. Vengo a dimandarvi ciò che meglio gradite: se ritornare a Londra, restare a Parigi o permettermi di offrirvi l'ospitalità nella mia dimora.
—Monsignore, rispose Maud, tremando sempre e biascicando—ciò che vi dissi ieri, non lo ritratto oggi. Sono la vostra consorte, vi seguirò dappertutto.
Il principe salutò e si tacque un momento. Poi riprese:
—Madama, la vita al castello di Lavandall è ben triste, sopratutto monotona.
Maud sorrise malinconicamente.
—Un immenso edificio di granito grigiastro, addossato ad una montagna sterile, spaziando sur una pianura immensa, alberata, traversata da un fiume dalle acque terrose, circondato da villaggi con contadini più o meno infelici… ecco il castello!
—Io amo le montagne, amo i boschi, amo i fiumi, amo i disgraziati—rispose Maud, bassando gli occhi. Amo sopratutto la solitudine.
—La vita che si mena in quella magione—continuò il principe—è delle più lugubri. Il signore del luogo detesta e disprezza il mondo; lo fugge per conseguenza. Di visite, rarissime. Giammai feste. Non cacce. Qualche passeggiata solitaria. Sempre il silenzio. Gli stranieri potrebbero dire che la è dimora del rimorso. Altri sanno che la è il coviglio del dolore.
Maud si alzò come spinta dall'impeto di un sentimento generoso.