Il principe passava le sue giornate nella biblioteca del castello, toccando a mille libri e non leggendone alcuno.
Parlava poco, talvolta con durezza, con ironia sempre. Ascoltava Maud distratto; suo fratello, attentamente. Egli spiava sempre, intento all'incognito, all'assente, a quello che sbrigliava la bufera nel fondo dell'anima sua ed aleggiava negli spazi infiniti. E' non sarebbe stato che una mente malata, se la prudenza, il soffio sì vicino, la vista sì abbagliante della sua giovane sposa—che gli svolazzava intorno come una nera farfalla—non lo avessero briacato di una demenza sensuale.
Quinci la sua malattia s'inciprigniva.
Quando e' la sentiva approssimare, sia che fosse nella sua camera da letto, o nel suo gabinetto, o nella sua biblioteca, egli toccava un campanello, in un modo convenuto, ed Ivan accorreva ed asserragliava le porte, ove egli restava a guardia fino a che la crisi non si fosse dissipata.
La consegna era inviolabile.
Ora, egli avvenne un giorno che il conte Alessandro avesse urgente uopo di parlare a suo fratello. Ne andò in busca alla biblioteca, ove recavasi di ordinario dopo l'asciolvere. Alessandro incontrò Ivan alla porta.
—Il principe è qui, Ivan?
—Sì, padrone.
—Apri.
—Non si entra, padrone.