Egli aspettava forse una risposta, poichè si fermò, essendo tremante per tutte le membra.

Il conte Alessandro, pallido come un chiaro di luna, si tacque.

Il principe riprese, di voce solenne:

—Io ti fo giudice adesso. Se io sono colpevole verso quella donna, vendicala ed uccidimi. Se non lo sono, tu mi oltraggiasti. Ti aspetto dunque domani, qui. L'uno di noi debbe restarvi.

E terminando queste parole, il principe Pietro di Lavandall snodò la briglia del suo cavallo, lo montò e partì al galoppo.

Il conte Alessandro rimase per qualche istante immerso nella più profonda preoccupazione, poi si allontanò.

Il principe Pietro aveva tutto preparato per lo scioglimento di questo lugubre dramma.

Maud partirebbe l'indomani, a mezzodì, precedendolo sempre di una tappa. La sua cameriera ed il suo intendente inglese l'accompagnerebbero. Ivan resterebbe presso di lei, fino a che il principe non li avesse raggiunti al villaggio d'Imazoff, a quattro leghe dal castello.

—Ivan—gli disse il principe—con te io non ò, fortunatamente, bisogno di parafrasi per spiegarmi, nè di rettorica per persuadere. Da quindici anni da che vivi meco, ti sei identificato alla mia persona. Tu provi i miei dolori. Tu comprendi le mie sofferenze. Tu indovini i miei pensieri. Tu udisti come me ciò che occorse nel boudoir di mia moglie, mentre io mi torceva negli artigli del male, Ivan, io mi batto domani con mio fratello… Se io muoio… ella non deve vivere.

—Padrone, codesto duello è desso inevitabile?