Molti mesi scorsero.
Il tempo però, il cangiamento di cielo e di residenza non produssero alcuna mutazione nella sua vita. Gli era lo stesso vuoto, la stessa solitudine, lo stesso silenzio, la stessa disperata tristezza che al castello di Lavandall. I domestici francesi, cui il principe aveva ingaggiati, non penetravano nell'atmosfera della famiglia. Perocchè Ivan sapeva che quella gente, i cui costumi son quasi sempre ignobili, si costituisce sempre giudice severo dei padroni. Ivan d'altronde bastava al principe; Sarah e Rosa bastavano alla principessa.
Un solo straniero frequentava il castello—ed ancora e' poteva passare per un vecchio amico: il dottore conte di Nubo. La salute del principe, ed oggimai la salute di Maud altresì avevan reso questa intrusione indispensabile.
Maud era attaccata da una malattia di languore.
Questo intervento di Dio nello scioglimento dell'opera sinistra del principe di Lavandall avrebbe dovuto illuminarlo, calmarlo, soddisfarlo in tutt'i casi. E' non ne fu che più esasperato. Non aveva egli detto: «All'altra, adesso?» Dio lo rubava di tutta la parte che vi prendeva. E' si decise allora a sorpassarlo in celerità.
Ma in Francia non era esattamente come nel fondo di una provincia russa, in un castello, innanzi la porta del quale la legge rincula, ove il padrone à, di fatto, dritto di vita e di morte.
In Francia si è permalosi della forma… si mette una bilancia nella mano della giustizia—affinchè dessa pesi bene quanto vale il ricco e quanto poco vale il povero! Si dice che la legge è cieca. Cieca è dessa: perchè segue un cane, il quale sa bene di qual dente morder la carne e di quale l'osso.
Il principe non aveva d'uopo di andare in busca dello strumento che doveva compiere la sua bisogna. Lo aveva sotto la mano—semplicissimo, destrissimo, opportunissimo: voglio dire il dottore di Nubo.
Non trattavasi che di trovare un metodo.
Chi cerca, finisce sempre per trovare.