Il suo cameriere entrò ed annunciò:
—La signora principessa Maud di Lavandall.
Ella si era recata la mattina nell'appartamento di suo marito per dirgli questa parola magica:
—Io t'amo!
Il conte Alessandro si collocava di nuovo tra il principe e lei come un abisso.
Ritornata in camera, dopo la scena cui abbiamo raccontata alla fine del capitolo precedente, ella aveva dato ordine per la sua carrozza, e, d'un tratto, era venuta a Parigi.
Il conte Alessandro, steso per un divano, leggeva il Débats, aspettando Ivan, il principe stesso, i testimoni di lui, perfino il diavolo, anzi che la principessa.
E' non poteva credere agli occhi suoi vedendo in piedi innanzi a lui quella grande e pallida figura—tanto cangiata in sei mesi! Vestita tutta di nero, quasi portasse il lutto alla sua bellezza, alla sua giovinezza, alla sua felicità! E' corse pertanto verso di lei, che era restata sulla soglia, e cadendo a ginocchio le baciò i lembi della veste, coma ad una madonna.
—Conte—disse Maud alla fine—voi siete il cattivo genio della vostra casa. Dio vi perdoni! Perchè rivenite?
—Avreste voi desiderato, madama, che io fossi restato nel sepolcro?