Il gesuita girò il manubrio della porta. Il personaggio entrò in una camera da letto, la traversò ed andò a sedere in un gabinetto da lavoro o da preghiera.
Quel ricovero, le di cui finestre sporgevano sul giardino, era tappezzato di raso cilestre a gigli d'oro. Sul muro, al fondo, penzolava un grande crocifisso di avorio, ed ai piedi di questo un inginocchiatoio di ebano. Vicino alla finestra, era uno scrittoio con qualche libro di sopra. A lato, un piccolo stipo incrostato di tartaruga. Dietro, un divano molto comodo, in velluto, ed un seggiolone innanzi lo scrittoio, stemmato a corona.
L'uomo dal Toson d'oro andò a sdraiarsi sul divano ed indicò al gesuita di tirare il campanello.
Questi toccò un bottone e restò impiedi.
Due minuti dopo, un lacchè, seguito da due gentiluomini con una chiave d'oro sul dorso, portò sur un vassoio d'oro una tazza di porcellana ripiena di cioccolatte. Il personaggio la prese, e di un gesto ordinò a quella gente di uscire.
Il gesuita restava sempre impiedi, vicino alla porta.
Quando il cioccolatte fu sorbito, il personaggio porse la tazza al gesuita, additandogli di posarla sullo scrittoio, e disse:
—Prendete quel seggio e sedete lì, in faccia a me.
—Mille grazie, sire—mormorò il padre d'Ebro.
Egli era in presenza di sua maestà, re Taddeo IX.