—Lo è per l'appunto.

—No. Esso sarebbe invece un giorno una tentazione forse per la tua cupidità, per un cattivo pensiero qualunque. Tu non rifletti dunque che si vorrebbe forse un giorno spacciarsi di un uomo che possiede di tali secreti, di tali documenti? Tu avresti una pistola carica e sempre armata, la bocca volta al tuo cuore. Tu saresti sempre in pericolo di morte, o in misura di commettere un'infamia, un tradimento, cui si vorrebbe impedire.

—Io so bene che avrei in poter mio una macchina infernale la quale potrebbe annientarmi ad ogni istante. Però io mi piaccio a lottare contro il pericolo ed a dimesticare il serpente a sonaglio ed il tigre. Io avrei ogni interesse a non mai mercanteggiare di quel documento. Chi potrebbe pagarlo? Contro chi ne trafficherei io? Contro mio figlio, che sarebbe sur un trono? Ma bisognerebbe essere idiota. Io voglio un attestato della mia partecipazione a questa grande opera, non per farmene una spada, ma un origliere. Voglio poter dire: sono padre! Non sarei giammai tanto assurdo per dire: ecco lì un bastardo! mi comprendete voi, Eccellenza?

—Io comprendo che tu sei un indegno furfante, che ti trovi in gambe nel bene o nel male. Ma ti sembra desso possibile che io mi indirizzi al re per domandargli l'autorizzazione di una simile lettera ministeriale? Un'ambasciata, dopo dei servizi di questo genere, resi a due sovrani, si concepisce, si scusa. Si perdona la tracotanza della tua dimanda. Si promette. Si accorda. Posso anzi prendere questo impegno, perchè il posto di Parigi va a vacare quanto prima. Ma le istruzioni scritte?… Tu sei pazzo, tre volte pazzo, goffo, tre volte goffo.

—Non è mestieri, zio, che dimandiate al re l'autorizzazione di darmi le mie istruzioni per iscritto. Ciò entra nelle attribuzioni del ministro. Altri si contenterebbero di averle verbali. Altri, semplicemente indicate nell'ombra dei sotto-intesi, come voi fate al presente. Altri vi afferrerebbero a mezza parola e si lancerebbero all'avventura testa giù, a loro rischio e periglio. Io, io sono leale: voglio che il mio ufficio mi sia formulato in iscritto. Il re vi ci à di già autorizzato, significandovi l'intento ed accettando l'uomo. I dettagli sono l'opera del ministro, come qualunque altro semplice regolamento. Riflettetevi. Io accetto il mandato. Poi, al momento in cui io sarò pronto per metterlo in atto, verrò a reclamarlo, secondo la formula che vi presenterò. Non temete nulla. Ma mettetemi al sicuro. Noi siamo tutti complici. Noi abbiamo dunque lo stesso diritto alla sicurezza e lo stesso dovere del silenzio. Perchè reclamate voi la parte del lione e la facoltà esclusiva di potermi un giorno tradire ed impiccare?

—Va, balordo, gli è di già troppo di chiacchiere per una semplice ipotesi—cui ò proposta per scandagliare il tuo carattere ed il tuo spirito.

—Zio, dite a Sua Eccellenza che la ringrazio; che le farò onore; che sarò fedele e cavaliere; che il documento cui esigo non sarà giammai una lettera di cambio, ma forse, un giorno, una semplice credenziale; e ch'ella può lasciarmela con confidenza. I duchi di Balbek non tradirono mai: voi lo sapete.

—Tu vuoi dunque collocarti a piacere nella gola del lione? Si subisce il pericolo. Ma non se ne fa la sua aria respirabile, il suo pane quotidiano. Va, rifletti a tua volta ed abbi la fortuna di riescire. Dimentica il funzionario e sii il duca di Balbek. Una tanta bellezza! venti anni?… Io andrei a farle la corte nel cratere del Vesuvio.

Due giorni dopo, il barone di Luci portava a re Taddeo IX la risposta autografa di suo cugino, re Claudio III.

E l'hallali risuonava nelle foreste!