—Piede a terra, allora, mastro Alain.
Lo staffiere prese i cavalli. La principessa si appoggiò al braccio del duca, e cominciò a discendere il burrone.
—Aprite dunque il vostro paracqua—diss'ella;—noi andiamo…
—A traversare il mar Rosso a piede secco, ma al capo innondato—soggiunse il duca.
Passarono infatti sotto la parabola della cascata, a destra, avendo sulla testa quella vôlta di cristallo soffusa di luce. Salirono qualche scaglione tagliato nella roccia, poi entrarono sotto una specie di galleria che forava il masso di lungo a lungo.
Quando furono al centro, si trovarono in una camera pellicciata di quercia. Un ovale, chiuso da un doppio cristallo, sporgendo sur una piccola piattaforma, rischiarava il luogo. L'ovale aprivasi in fronte alla roccia e dominava tutta la vallea percorsa dal torrente—il quale ricadeva in piccola cascata fino all'immenso bacino del parco, innanzi al castello. Dalle due porte aperte, a destra ed a manca, vedevansi le cortine di acqua delle due cascate.
Il sole del pomeriggio rischiarava la stanza. Il rumore della caduta d'acqua era ammortito. I giuochi di luce, di faccia e di lato, producevano dei bagliori magici, in mezzo alle cannas indicas dalle larghe foglie, dai fiori gialli e scarlatti che ostruivano un poco l'entrata della vôlta, e le cobee e le campanule che sbocciavano intorno all'ovale.
—Signor duca di Balbek—parlò la principessa Bianca, con una dignità tragica, che faceva fremere la deliziosa pelugine del suo labbro superiore;—io v'invito a colazione dopo domani, qui, con me; una colazione di due uova, che voi porterete nelle vostre saccocce, e di quattro biscotti, che io caccerò nelle mie.
—Mille grazie, Altezza. E che il buon Dio sia assai clemente e grazioso per mandarci del dessert dalla sua tavola.
—Voi siete un ghiottoncello, signor duca!…