—Arrivate a proposito, signor di Linsac—disse il principe. O' qualche cosa a chiedervi. So che posso contare sulla vostra discrezione.

—Lo potete, principe mio. Ma voi sapete altresì che io amo poco le confidenze, le quali sono come le macchie di olio: si spandono e si tradiscono sempre da sè sole!

—Non temete nulla. Non è mica una confidenza che io vi fo; è un consulto che vi dimando. Non siete voi ancora romanziere, fra linea e linea, bordeggiando fra il diplomatico dell'avvenire ed il pubblicista di oggidì? Ma, da prima, prendete quei due giornali su quella sedia. Leggerete ciò che è segnato all'inchiostro. Vi risponderete, aggiungendo: che, quantunque dato dal Journal Français de Francfort e dalla Gazzetta d'Augsbourg, voi avreste della pena a credere a quelle notizie, se, trattandosi di una perfidia, la mano del principe di Metternich non vi fosse mischiata.

—Quel caro principe! m'à fatto rispondere al mio ultimo articolo dal signor di Gentz: che per lo innanzi, la Russia aveva dei giornalisti assassini—i quali uccidevano una reputazione—e che adesso la assolda dei facchini—i quali marciano pesanti nella melma ed inzaccherano le genti.

—E voi avete risposto?

—Che non s'inzacchera l'oro. E tutte le Corti d'Europa sanno che il principe di Metternich non è che un luigi di oro!

—Alessandro ne sapeva qualcosa. Napoleone ed il re di Napoli essi pure. Vada! Voi passerete in seguito dal mio segretario, il quale vi darà un embrione di articolo, cui ricamerete in guisa da non vedervisi che scintille; in sostanza, nè cane nè lupo. Debbo dirvi, a questo proposito, che si è contenti di voi, e che lo Czar legge i vostri articoli. La vostra pensione sarà aumentata.

Il signor di Linsac s'inchinò.

Il principe continuò:

—Vi associo ora alla soluzione di un problema, cui il conte di Nesselrode mi propone, o, meglio, cui il nostro ambasciatore a Roma à posto.