Vi sono dei dolori che sono una maschera; altri che sono un'anima.
Per espiare il sospetto—di cui aveva vituperata Regina—il signor di Linsac si era forse imposto il bazzicare intorno al principe di Lavandall. Il principe, dal lato suo, onde risarcirlo in qualche modo, gli aveva procurato una sovvenzione annua di 30,000 franchi dalla Russia, per il suo giornale Les Deux Europes: perocchè vi sono dei rimorsi gentiluomini.
Il fatto è, che il demone dell'ambizione aveva acciuffato M. di
Linsac, e che egli voleva arrivare ad ogni costo, arrivare a tutto.
La fortuna del signor Thiers lo aveva abbarbagliato. Voleva dunque esser deputato, pari, ministro, ambasciatore, tutto ciò che la sua ardente immaginazione di romanziere gli pingeva come una sorgente di ricchezza e di piaceri. Si era gittato perciò a corpo perduto nel giornalismo conservatore.
Il signor Guizot lo pagava e sprezzava largamente. Si serviva dello stile pomposo e vuoto, della coscienza senza fede, del cuore senza principii di questa spugna politica, per coltivare la parte più ignominiosa della sua politica secreta. Era però pronto sempre a spezzarlo, se la necessità lo imponeva, dicendogli: Vi ò pagato per codesto!
Come il principe di Lavandall, il signor di Linsac è adesso un po' calvo sul vertice della fronte, cui le rughe delle cure, delle brame, dell'ambizione, dei disinganni invadevano. Come il principe, egli à preso quel certo impinguare, cui danno l'età, il comodo, un poco di pigrizia, la vita molle, le amiche rinnovellate a punto—da tenere il desiderio in piedi senza la pena degli stimolanti, cui la calma dei sensi e la saturazione dei piaceri spiegano. Come il principe, egli aveva acquistato quella pallidezza che segue al serio del pensiero—quella pallidezza sana che indica il lavoro dell'anima, non quella pallidezza mordace che ne indica la combustione e la rovina. Come il principe, egli aveva l'occhio spento, il labbro inferiore un po' abbattuto, qualche grinza intorno agli occhi, la barba rasa—tranne i baffi—i movimenti gravi.
L'uno e l'altro portavano la testa alta, guardavan dritto innanzi a loro, ascoltavano bene, stavano in guardia, parlando. Come il principe, il signor di Linsac scherza col sorriso—quello spasimo che implica nelle sue pieghe Dio e Satana—le due metà, o piuttosto le due facce del Tutto.
Entrambi sono graziosi e falsi, seducenti e perfidi, pensan nero e dicon rosa—ciò che non li impedisce di esser generosi, sempre gentiluomini—anche nel vizio—sempre eleganti. Entrambi infine odiano profondamente, squisitamente—ed odian forse lo stesso uomo: l'assassino vero di Regina! Ed entrambi dissimulano quell'odio con la precauzione sinistra di una donna di trent'anni, cui si derubò del suo amore.
Per gl'Iddii! pazienza, mio principe; pazienza, mio Proteo! il dottor di Nubo non à forse neppure sessant'anni!
A quest'ora il signor di Linsac veniva a dimandare la sua parola d'ordine, per non so quale polemica cui aveva impegnata in favore della Gallizia e di Cracovia.