—Altezza, non ne so ancora nulla.
—Io parto per l'Inghilterra. Se avrò del danaro, ve ne manderò.
—Ve ne sarà forse bisogno. Noi abbiamo a fare con un nemico formidabile—il duca di Balbek, soppannato da un compare terribile, il dottore di Nubo. La battaglia cui andiamo a presentare a quelle volpi-tigri sarà rude. Piaccia a Dio che, se vi debba esser del sangue, non vi siano almeno delitti.
—Principe—disse il sire di Tebe levandosi—sangue e delitto sono parole che non ànno un significato assoluto, e non ispaventano che gli spiriti piccoli e le coscienze di già punticce. Il delitto e l'assassinio, alla fin fine, non ricadono su coloro che se ne macchiano, ma su coloro che li provocano. La giustizia umana borbotta come barbogia.
—E strangola come brigante, Altezza—in Francia almeno, dove si è inventata quell'assurda infamia che addimandasi eguaglianza. Ma noi non ne siamo ancora lì. Noi vaneggiamo, in lontananza, dei grandi drammi e delle grandi peripezie, per arrivar forse ad una soluzione che può esser delle più semplici. Lasciatemi dapprima ispezionare il campo di battaglia e scandagliare le forze del nemico. Poi, farsa o tragedia, ci si troverà pronti a tutto.
—Punto di scrupoli, principe! Con galeotti, gallonati o coronati, tutto è permesso. L'infamia è una necessità, e talvolta un dovere.
Il principe di Tebe uscì. Il suo aspetto era addivenuto orrido pronunziando le ultime parole.
Il principe Lavandall lo accompagnò in silenzio, gli occhi bassi—sotto quello sguardo che distillava sangue.
Quando ritornò nel suo gabinetto, vi trovò Sergio di Linsac che lo aspettava.
—Ebbene?—sclamò il principe, esprimendo con tutta la sua persona una pressante interrogazione.