—Meglio ancora. Io voglio comprare nel Berri un castello, vicino a quello del conte di Vixelles—che mi ricusò un giorno un posto di domestico in casa sua. Voglio vederlo a cacciare sulle mie terre costui, a desinare alla mia tavola con la sua moglie e la sua progenie, e venire, cappello in mano, a sollecitare il mio voto nelle elezioni.

—Il tutto mediante…?

—Ventiquattro o trenta mila lire di rendita, cui io avrò, cui noi avremo, M. Claret.

—Voi dite noi, père Pradau?

—Come! credevate voi dunque che io fossi così egoista di mangiar solo e di lasciare i miei amici razzolar nelle ossa?

—Per esempio! no: ma…

—Ascoltatemi bene, M. Claret, e comprendetemi bene. Che cosa sono io adesso? L'intendente di una donna che è il tratto di unione tra le belle donzelle ed i ricchi signori. Noi facciamo eccellenti affari, fuori dubbio. Ultimamente ancora, abbiamo trasferito Fernandina a Raizet pascià.

—Cosa è Fernandina, père Pradau, una giumenta?

—Ma donde cascate voi, M. Claret, che non avete udito parlare, o visto, la più bella figliuola di Parigi? quattro cavalli a un landau giallo e nero, come quello dell'ambasciatore d'Austria; due lacchè a parrucca incipriata e bastone in mano; e cocchiere inglese, di dugento cinquanta chilogrammi in predella; piccolo hôtel nella rue des Vignes; palco all'Opera; pranzi di gala due volte la settimana; e… feste di notte a tutto bordone.

—Capisco!