Vitaliana era una di quelle creature, cui Dio si lascia talvolta scappare per ricompensare, per incoraggiare coloro che credono ad un'anima al di fuori della materia; per consolare coloro che credono alla perfettibilità della materia—qui fango, là raggio; qui ventre, là pensiero: Tiberio e Capri, Gesù al Taborre!
Nel palazzo dell'ambasciata, nella strada dell'Università ella si era riserbata due stanze: una camera da letto piccolina, ed un grande boudoir, sporgenti entrambi sur una immensa terrazza, di cui aveva fatto una stufa.
Ecco il suo mondo! il ritiro ove ella s'isolava.
La camera coniugale era altrove.
Nella sua, ella ridiventava vergine, si apparteneva, era sè stessa, era Vitaliana. Negli altri appartamenti, alloggiava la duchessa, ove il duca e la società la reclamavano.
La tappezzeria di quelle due camere era ricca e semplice. La stanza da letto era in raso rosa pallida, a nappe di seta bianca. Il boudoir, in damasco bleu, a nappe di nero ed oro. Il suo letto, in legno di radice di lauro, con dei medaglioni in lapislazzuli, era steso sotto una tenda che lo celava chiudendosi. Una riduzione del S. Agostino e della Francesca da Rimini di Scheffer, erano i soli quadri della stanza da letto.
Nel boudoir, oltre gli altri mobili in legno giallastro, vi era un piano; e sulle mura il ritratto di suo padre e due pastelli di Angelica Kauffman.
Poi, dei fiori dovunque.
Vitaliana non era musicienne—vale a dire, uno di quei generali dottissimi in strategica che perdono tutte le battaglie. Ella interpetrava un pezzo di musica, se non lo leggeva sempre correntemente.
Adorava i fiori. Tra i fiori e lei eravi comunicazione d'anima ed anima. Ella entrava nella sua stufa come la mano dell'abbate Listz poggia sul piano: per risvegliarvi la vita. Sarebbesi detto che i fiori la sentissero, la conoscessero.