In quella specie di crepuscolo dal cuore e di spossamento forzato dei sensi, senza piacere, senza incanto, senza visione, Morella si presentò.

Se il duca non era stomacato delle sue ganze di quarant'anni, ne era per lo meno sopraffatto. Il suo palato, dalla forte tempera, poteva gustare quelle dapi pimentate; ma quel pimento solo, quel pimento sempre, aveva finito per attutirlo—tanto più che quelle Saffi politiche lo avevano compromesso, e, lungi dall'aiutarlo nel far gli affari del suo sovrano, si erano servite di lui per avanzar quelli del cardinale Lambruschini.

Un riposo s'imponeva fatalmente.

Vitaliana non aveva imparato—come quasi tutte le donne della serafica legione—che ella doveva essere non la moglie ma l'innamorata di suo marito.

La politica interna per la gaiezza dei lari domestici l'è in codesto. E, codesto è tutta la scienza del cuore, quantunque non ne abbia le specie.

In quello stato di nausea morale e fisica, il possesso di Morella sembrò al duca una resurrezione. Usciva dalla tomba delle sue cortigiane da stufa, alla pelle rinzaffata, cui era mestieri osservare ad una luce sapientemente moderata, e menar ventre a terra, senza contare le tappe.

Qui la parte cangiava.

Il duca amava.

Fin là, lo avevano amato e carezzato.

E' si ritrovava uomo adesso, giovane, al suo posto. L'amore aveva delle angosce e delle delizie vere, delle esigenze spontanee: il fiore dava il suo olezzo e non andava a cercare una gocciola di essenze agli alberelli del profumiere.