Il duca impallidì, e si alzò a sua volta, attirandosi Morella nelle braccia.

Ella si svincolò, facendo un salto indietro, e disse con solennità:

—Qui… no. Io non sono mica un'adultera! Tutto quanto tu vedi in casa mia appartiene ad un altro. Metteresti tu una livrea cui io ò gittata ai cenci vecchi?

—Un altro?—domandò Balbek, aggrottando le sopracciglia. Chi dunque?

—Signor duca,—rispose Morella, sedendo,—sappiatevelo, fin dal bel prima. In casa mia, due cose sono incognite: il passato ed il padrone. Non vi volgete indietro per cercar dei fantasimi, liquefatti, fusi nello spazio. Guardate innanzi a voi, procurate di ricamare un avvenire per quanto potrete più luminoso, ed obbedite. D'altronde, se io vi fo la parte che taglio a me stessa; se v'incateno al mio proprio destino—che sia un trono di astri o un desinare di arsenico—di che vi lamentate voi dunque?

—Di che?

—Sì: di che? Voi venite. Io non vi chiamo, per Dio! Ma bandite le nuvole dalla vostra fronte: voi entrate in un cuore nuovo. Gli uomini che lascian ruine sono pochi; che devastano, son rari…. Ed io non ne ò quasi conosciuto. Tutto al più, se ne intraveggo uno dopo il ballo dei giorni scorsi.

Il duca, comprendendo l'allusione, uscì precipitosamente.

Egli era di già preso nell'addentellato, e portava via la freccia nella ferita.

Morella respirò e ricadde sul canapè come affranta di fatica. La sua parte eccedeva. Poco dopo, ella si assise ad una tavola, e scrisse a M. di Linsac: