Se egli fosse stato un'anima nel mondo, soffrendo qui, arrossendo colà, sopraffatto da angosce nel suo palazzo, alle prese col destino dovunque, ricevendolo nella sua camera, Morella, questa Circe, ne avrebbe fatto un senso.
Il primo che inventò l'anima aveva dovuto essere supremamente infelice, onde avere poi quella divina intuizione!
In realtà, quale era la situazione del duca?
Il principe di Lavandall riceveva sulla sua vittima, quasi ogni giorno, due rapporti: l'uno da madama Thibault, proveniente da Pradau; l'altro, dal signor di Linsac, scritto da Morella.
—Timoteo—diceva Augusta a Tob, o Pradau—tu mi annaspi là un brogliamini, ove io non veggo nè testa, nè coda. Bisogna pertanto bene che io mi vi raccapezzi.
—Non temete nulla, madama. Altri possono smarrirsi; voi vi troverete sempre. Voi avete la tavola pitagorica nel sangue.
—Imbecille! non è mica di tavola o di stipi che è questione, ma delle tue storie.
—Voi volete dire della mia conversazione? Per esempio! voi sareste la prima che non ne gustereste il profumo. Il duca, lui, ne fa le sue feste. Egli mi consulta. La finezza del mio spirito lo penetra. Io mi aspetto ch'e' mi dimandi un giorno che io gli detti i suoi dispacci! Io gli ò fatto rimarcare che l'ambasciadore d'Inghilterra à la vista cortissima e che quello di Prussia è sordo. Quando io lo tengo dal naso, radendogli la barba, e' sente la mia superiorità morale. Il naso, madama? Ma desso è l'indice—di cui il cervello è la sfera. Impugno l'indice, l'ora si ferma.
—Ài tu finito, animale?
—O' letto in uno zibaldone che un poeta italiano à chiamato la donna animale grazioso e benigno. E' sognava di voi, madama! Il duca mi rispetta. Io gli spiego il listino della Borsa, scolpendo il nodo della sua cravatta. Ah! se egli mi ascoltasse, come io lo ascolto, e calpestasse le mie pedate! Io ò guadagnato trentadue mila franchi. Egli à cento cinquanta mila franchi di debito.