—Che ài tu risposto?—dimandò egli infine, tremando di tutta la persona, lasciandosi andare, malgrado suo, sur un seggiolo e tirando a sè Morella, che cadde a ginocchio.

—Non ò risposto ancora—ella balbutì.

—Che risponderai tu?—riprese il duca di una voce che somigliava ad un singhiozzo.

Morella, forte commossa, esitò. Non sapeva se dovesse gittarsi al collo di quel meschino, confessargli tutto, abbracciarlo, ovvero se dovesse dargli il colpo di grazia.

Il duca ebbe la dappocaggine di ripetere la domanda non un accento di collera.

Allora Morella sillabò lentamente:

—Risponderò che accetto.

Il duca si alzò, rilevando Morella ancora ai suoi piedi, e gettolla sul seggiolone. E' passeggiò in silenzio per qualche minuto nella camera, infine sclamò, come parlando a sè stesso:

—Al postutto, perchè non accetterebbe dessa? Un rifiuto, darebbe a supporre un cuore; e costei non è che un baratro. A che titolo potrei io pretendere d'imporle una simile perdita? Perchè io l'amo? Io la amo per me: dunque l'è un balzello per lei: dunque occorre un'indennità; dunque…

—Che vi piaccia di ferneticare, io non posso impedirlo—osservò Morella. Ma che mi insultiate così… voi non avete, io non ve ne dò il diritto.