Questa rivelazione fu per il principe di Lavandall uno spiracolo di luce.

Preparò il tranello in casa: ed i due signori russi furono suoi complici.

Aveva ricevuto la mattina stessa un dispaccio del principe di Tebe—di cui parleremo più tardi—e fu questo stesso dispaccio, cui innanzi al duca ed al dottore e' disse d'aver ricevuto dal Guizot, e cui comunicò ai due diplomatici.

La dichiarazione del duca, cui possedeva adesso, gli consigliava un'altra tattica.

Con un uomo che aveva preferito di addossarsi una patente di ladro, anzichè mandarsi le cervella alle nuvole, non era più a far capitale di strappargli le scritte concernenti la successione di re Taddeo, per modi facili. Avrebbe rimbeccato, resistito, tenuto duro fino all'ultimo estremo.

Quando in un gentiluomo la voce dell'onore è divenuta muta, quando egli à indietreggiato dal duello e dal suicidio, non si à altra presa su di lui—tranne che mediante il Codice penale.

Il Lavandall non rinunziava di servirsi della dichiarazione del duca direttamente con lui, per tutti i modi. Egli voleva però mettere a partito, anzi tratto, un successo che gli sembrava più probabile, e meno rude a cogliere: il terrore della duchessa.

Vitaliana lo aspettava.

Ella non aveva chiuso occhio in tutta la notte.

I suoi occhi, tutti rossi, cerchiati di livido, attestavano ch'ella aveva pianto lunghe e lunghe ore. La sua pallidezza, rilevata ancora da un vestimento a nero come per un giorno di funerale, denunziava l'agone interno sostenuto. Ma la calma, di presente, delle sue palpebre e della sua fronte, la contrazione delle sue labbra indicavano nel tempo stesso agli osservatori, che ella aveva preso una risoluzione.