—Dell'innocenza, perdinci!—replicò Morella.

Il pranzo terminato, Morella alzossi e disse:

—Adesso, signori, io sono la sultana qui, e cesso di essere l'anfitrione. Lasciatevi manipolare senza obbiezione, ed obbedite.

Ella tirò allora una corda di campanello, e nel medesimo tempo una fanfara invisibile scoppiò.

Accompagnò quindi i tre gentiluomini verso un uscio, e li fece entrar di quivi—mentre ella e le altre donne si dirigevano verso una porta di rincontro.

Un'ora trascorse.

La fanfara, che fin qui era stata briosa, cangiò di carattere, e divenne una melodia dolcissima di violini e violoncelli.

Le porte del salone si apersero.

Quattro immensi specchi riflettevano e moltiplicavano gli oggetti di quella stanza. Dei quadri, che avrebbero fatto trovar pudico quello della Venere di Tiziano, pendevano alle pareti, nell'intervallo degli specchi. Un folto tappeto di Smirne copriva il pavimento. Tutto intorno cuscini e divani di damasco rosso. Ai quattro angoli, dei vasi, da cui sbocciavan fuori dei narghileh, dai quali si poteva aspirare a volontà il latakie o lo hatchich. Fiori, dovunque era posto. In mezzo, un buffet coperto di liquori, di sorbetti, di vini deliziosi, di confetture aromatiche.

Una luce viva animava tutto e dava una scintilla ad ogni oggetto.