—No, cara te—rispose la nipote del dottore—esso non vien mica da Saadi, ma da uno Smith o da un Brown qualunque—il corrispondente del signor Dehal a Calcutta.

—Ma non si direbbe dunque che questo monile è uscito dall'officina di
Benvenuto Cellini!—osservò la vecchia marchesa di Montmartel.

—Ebbene, sì! dite codesto al signor Alberto ed e' tirerà di tasca il listino di Froment-Maurice e vi risponderà: Benvenuto Cellini! sconosciuto nel mercato di Parigi.

—Vedete qui! Furono, per Giove, delle fate che stellarono questi pizzi!—mormorò il giovane poeta Marco di Beauvois! l'amico intimo di Sergio di Linsac.

—Corbellate voi, sir di Beauvois!—replicò Regina. Furono nè più, nè meno che delle povere creature Welche, bene in cenci ed affamate al punto, ve lo assicuro.

—Cara mia—disse la signora Augusta—tu ài bello ad affettare l'indifferenza; i tuoi occhi, il tuo aspetto ti tradiscono. Tu irradii.

—Proprio così—rispose Regina, e continuò, noncurante, l'esposizione del suo cesto.

Ella ammonticchiava così la biancheria di madama Petit su i cappelli di Alexandrine, i coturni di Muller sulle magiche seterie di Lyon. Si sarebbe detto che Regina non comprendesse nè la ricchezza, nè la bellezza, nè il gusto elegante di quei capi d'opera dell'industria francese; che ella non sentisse la maestà dell'abbigliamento—questa sovranità, questa poesia della donna. Una donna mal vestita è un oggetto d'arte mancato, un fiore senza colore e senza profumo. Però, osservando con quanta ricercatezza, con quale gusto Regina era azzimata, uno si rassicurava: ella era incapace di quella indifferenza nella religione delle toilette.

La rivista terminata, si uscì nel giardino. Alberto Dehal si slanciò all'incontro della sua fidanzata, gittando precipitosamente il puros che aveva acceso.

—Ah! chè n'eravate voi lì, signor Alberto!—disse Regina, accettando della punta delle dita il braccio del suo promesso—vi sareste rigioito dell'estasi di queste signore, contemplando i vostri meravigliosi regali.