—Non ne sono mica sicura, però.
—Insomma?
—Ascolta. Gli era nei primi giorni dei nostri sponsali. Un mattino, io entrai nella sua camera mentre egli si fregiava delle sue decorazioni per andare ad assistere a non so qual matrimonio o cerimonia alle Tuileries. Il piccolo mobile in ebano, incrostato in oro, che è al suo capezzale, era aperto. Mi avvicinai e scorsi, sotto un compartimento semi-aperto, un quadrante in ismalto, ove sono segnate tutte le lettere dell'alfabeto. Andavo a toccarlo, quando il duca si precipitò su di me e mi allontanò con terrore. Io domandai, naturalmente, la ragione di quella grande paura. Allora, egli prese il suo bastone, e dalla borchia toccò una lettera nel quadrante. All'istante, una mezza dozzina di lame d'acciaio, acute come aghi, fine come corde di piano, sprizzarono dal quadrante ed aggraffarono il bastone con una forza da trapassarlo.—Tu vedi!—mi diss'egli. Quei serpentelli avrebbero morsicato al tuo braccio e ti avrebbero inchiodata lì.—Ma allora e' debbe esservi un segreto di dentro—sclamai io.—Sì—rispose egli, toccando un punto che fece rientrare immediatamente le sei lingue di vipera che avevano ghermito il bastone.—Quel quadrante è una toppa. Per aprirla, bisogna toccare le lettere che formano un nome.—Quale? domandai io.—Quello di Bianca—rispose egli esitando. Io mi accostai allo stipetto, toccai le lettere che componevano il nome, ed una tavoletta rientrò, lasciando in vista un tiratoio. Il duca conservava quivi i suoi crachats, i suoi gioielli, i suoi danari, delle cedole di Banca. Un sacchetto in velluto violetto attirò i miei sguardi. Lo presi. Egli me lo strappò di mano, dicendo:—Sono quivi delle carte di mia madre. E lo rigettò nello stipetto, cui chiuse affatto. Ora, quelle carte di sua madre non sarebbero desse quelle piuttosto di cui egli ora traffica?
—Gli è evidente.
—Ma il mobile, oltre la toppa a segreto, à una chiave che lo chiude di fuori. Io non ò quella chiave, cui il duca porta sempre nelle sue tasche.
Adriano riflette qualche poco, poi disse:
—Vitaliana, io veggo in tutto codesto un viluppo di fatti, di circostanze, di voglie, di non so che, insomma, cui non afferro bene. Egli è impossibile di pigliare una risoluzione istantanea. Bisogna considerare le cose ponderatamente. Il duca è infame e capace di tutto. Ma gli altri non valgono guari meglio. Vi è forse qui dei gonzi e dei gabbatori. I colpevoli sono forse delle vittime. Calma, dunque. Lascia che io mi trovi in mezzo a questo garbuglio di dubbi. Lasciami scandagliare questo abisso, ove non vedo chiaro, per il momento, che una sola naufraga: voi, duchessa; te, Vitaliana.
Adriano provò di pigliar la mano di sua cugina. Ella la ritirò vivamente e si alzò.
—Allora—diss'ella—che pensate voi? Che occorre fare?
—Lasciatemi riflettere, questa notte…