La sua testa bruciava di già. Il suo sangue bolliva ed aveva una tanta violenza di flusso e riflusso, che si udivano i battiti del cuore. I suoi occhi avevano delle fiamme come quelle dei punch, piuttosto come quelle di quegli angeli che i primi amarono le figlie dell'uomo. Il seno di Vitaliana si gonfiava come il mare sotto le carezze della luna; la sua respirazione ardeva.
Psiche era animata!
Sembrava più alta.
Ella poteva dire dell'amore ciò che Ovidio aveva detto dell'ispirazione: un Dio è in noi; al suo soffio bruciamo—est deus in nobis, flavente calescimus illo!
A questo zenit del parossismo del vaneggiamento, o piuttosto dell'introspezione, ella ebbe come una scossa e saltò impiedi.
Adriano entrava.
La porta del balcone del suo boudoir, di dove il duca era passato, era stata lasciata aperta dal padrone della casa.
In un baleno, Vitaliana si precipitò alla porta della sua camera e la chiuse.
Un quarto d'ora dopo, si sarebbe potuto veder nelle tenebre un fantasma alle pupille del tigre, avanzar dolcemente, ritenendo il fiato, ammortendo il fruscio del suo strisciare.
Quando il duca—era desso—fu alla porta della camera di sua moglie, e' si raddrizzò e spinse il lucchetto esterno.