—Ella trova il tempo lungo, l'esistenza vuota, le serate monotone e scure. Ella è sola nel mezzo della folla, vedova al focolaio domestico. Ella si trova fuori di classe, fuori dell'orbita sua naturale…
—Voi credete?
—La giovinetta cotanto festeggiata nel mondo, si tedia, giovane donna più che giammai. La giovinetta sì elegante, sì scintillante di gusto e di semplicità, si trova, giovane sposa senza diamanti, senza carrozza, senza una falange di lacchè… attrice riboccante di brio e di spirito, in tutta la potenza dei suoi mezzi, ma senza teatro, senza pubblico.
—Voi esagerate, dottore.
—La fanciulla aveva vaneggiato di un Dio che doveva trasfigurare la giovane sposa. Ella à visto quel Dio trasformarsi egli stesso in una creatura fastidiosa, silenziosa, distratta, che beve, mangia, dorme, e carezza sua moglie—quando la carezza—come l'ultimo dei facchini dell'Auvergne.
—Eh, Dio mio! l'è la storia di chicchessia—sclamò Regina sospirando—l'è la storia della donna e del matrimonio. Perchè me ne lagnerei, io?
—E chi dice che tu te ne lagni? Io constato la situazione del tuo spirito.
—Ebbene. Quando ciò fosse? Io avrei torto: ecco tutto.
—Ma, è fuori dubbio che tu ài torto. Il realizzamento di queste visioni non può esser permesso che alle donzelle dell'Opera… o alle mogli dei milionarii. La moglie di uno scrittore deve fare i conti con la sua cuoca—quando ne à una—andare al mercato, portare delle toilettes modeste, e mettere da banda un po' di gruzzolo per i giorni di non lavoro, par i figliuoli—che capitano checchè si faccia per evitarli. Che sono, al postutto, tutte codeste follie della vita elegante? Tu le conosci pure. Tu le ài gustate, tu le ài divise con le duchesse e con le ambasciatrici. Quantunque un ex-zingara, tu devi esserne sazia, stufa. N'è vero, figliuola mia?
—Mica poi tanto!—sclamò Regina, sospirando.