Eugenio si recò a Ferrara, preceduto dal santo sacramento, secondo l'uso de' papi in viaggio. Poi, con nuova audacia, scomunicò il Concilio di Basilea, e trasferì quello di Ferrara a Firenze (1439).
Il Concilio di Basilea raccolse la sfida; depose Eugenio, ed elesse un laico, Amedeo VIII, duca di Savoia, ritirato nell'eremitaggio di Ripaglia, e che prese il nome di Felice V. Amedeo riunì la Savoia al Piemonte. «Fu questo il ventesimo settimo ed ultimo scisma considerevole, eccitato dalla cattedra di S. Pietro», dice Voltaire. Ed aggiunge: «che il trono di nessun regno è stato così sovente disputato».
Eugenio scomunicò naturalmente Felice, i cardinali nominati da questo papa, e i Padri del Concilio. La Francia e la Germania ricevettero nondimeno come canonici i decreti di Basilea—specialmente nel celebre Concilio di Bourges (1438), che formulò la Prammatica Sanzione, e nella Dieta di Magonza (1437). Eugenio, «l'ultimo papa espulso dalla ribellione del popolo romano», osserva Gibbon, morì respingendo l'arcivescovo di Firenze, che si recava ad amministrargli l'estrema unzione.
Alfonso d'Aragona, ricevuta tale notizia, esclamò: «È forse da meravigliarsi che quest'uomo abbia voluto combattere contro Francesco Sforza, contro i Colonna, contro la Germania, contro di me, contro l'Italia, contro la cristianità intera, se ha osato combattere la morte stessa, e se appena potè esser vinto da lei!» Il cardinale Vitelleschi, il quale per ordine di Eugenio prometteva cento giorni d'indulgenza a' suoi soldati per ogni pianta d'olivo che strappassero dal territorio del re d'Aragona, fu poi assassinato per ordine dello stesso Eugenio, divenuto suo nemico. Luca Pitti gl'infisse una sonda nel cervello, mentre il medico scandagliava la ferita che il cardinale aveva ricevuto combattendo.
Nicolò V gli succedette. Protetto dall'imperatore Federico III—l'ultimo imperatore incoronato a Roma re d'Italia—, Nicolò riescì a domare lo spirito democratico dei Padri di Basilea. La rimanente parte di questo Concilio, riunita a quello di Losanna (1449), riconobbe e rielesse Nicolò, e abbandonò Felice V—che fece la pace col più forte.
Nicolò V firmò, nell'ebbrezza, il decreto di morte dei rivoluzionarii, a cui aveva venduto un salvo-condotto, e li ridomandò all'indomani al guardiano del castel Sant-Angelo.
Il tentativo di riunione della Chiesa greca colla latina non riescì punto, malgrado il decreto emanato nella decima sessione. I Padri greci abbandonarono il Concilio, senz'accettare il famoso Filioque, nè il celibato, malcontenti d'essere stati ingannati, e più che mai sicuri della superiorità del loro Credo.
Il Concilio di Firenze continuò a sedere; ma, secondo i Padri francesi, cessò d'essere ecumenico.