Giulio III morì nel 1555, ed ebbe per successore il suo collega al Concilio di Trento, il cardinale Santa-Croce, Marcello Cervini. Questi volle conservare il proprio nome, e si chiamò Marcello II.
Il mutamento di nome dei papi datava da Sergio II (844), il quale, chiamandosi Boccaporci, Os porci, come dice Onofrio Panvini, ob turpitudinem cognomenti, prese un altro nome.
Corse voce che Marcello II fosse stato avvelenato, a cagione della rigidità de'costumi che voleva imporre agli ecclesiastici. Adriano VI fu certo avvelenato per la stessa causa.
Il suo successore, l'inquisitore Caraffa, Paolo IV, minacciava di mostrarsi ancor più severo. Egli metteva paura alle persone della sua Corte, e diceva: Uxorem non habentes sæpe verberant—«i celibatarii percuotono volontieri». E percosse molto, anche de'cardinali, e strappò la barba all'ambasciatore di Ragusa. Le prime parole dette da Paolo IV, appena nominato, furono: «Io non devo la mia tiara a nessuno». E quando gli fu domandato come voleva esser trattato: «Da gran principe», egli rispose. Paolo mangiava molto—- venticinque piatti—, e beveva forte: rimaneva a tavola tre ore. Egli era accuratissimo, siccome d'alto lignaggio. L'Inquisizione fu la sua più grande occupazione. Odiava profondamente gli Spagnuoli e l'imperatore, «Io sono Italiano!—diceva egli con più verità che Giulio II—ed in Italia non v'ha che una tiara ed un berretto: Roma e Venezia». Ei li odiava talmente cotesti Spagnuoli, che si collegò coi protestanti di Germania, e chiamò in Italia Solimano per discacciarne i marrani.
Questo papa fece paura allo stesso duca d'Alba. Ma Paolo IV era stato terrificato da Filippo II.... Quando egli fu eletto, andò scritto il seguente feroce epigramma:
Sixtum lenones, Julium rexere cinædi,
Imperium vani scurra Leonis habet.
Clementem furiæ vexant et avara cupido;
Quæ spes est regni, Paule, futura tibi?
(I lenoni governarono Sisto, i cinedi Giulio; i buffoni guidarono il leggero Leone; le furie, l'avarizia, la cupidigia possedettero Clemente. Quale specie di regno ci riservi tu, o Paolo?)
Alla sua morte, mentre i Romani ne spezzavano la statua, un poeta componeva un epitaffio sanguinoso, che terminava con questi versi:
Hostibus infensis supplex, infidus amicus:
Scire cupis cætera? papa fui!