—Leone IX, così vinto, investì il conte Umfredo padre mio delle terre di Puglia, di Calabria e di quanto mai avesse saputo acquistare sui Saraceni di Sicilia. Ed i Greci perdettero ancora Trani, Venosa, Acerenza, Otranto e Troia.

—Piano « l'interruppe il campione della Chiesa » Troia era stata donata al pontefice da Enrico II. Papa Niccolò II si lamentò di questa occupazione dei beni della Chiesa, e Roberto promise ritornarla. Troia non è stata restituita più alla santa sede. Continuate.

—Ridotta la Puglia « proseguì il cavaliero » tutto l'animo del conte Umfredo si rivolge alle Calabrie. Vi manda Roberto con molta mano di truppa e di scorte. Cosenza, Bisignano, Malvito, Gerace e Martorano sono prese. Poco di poi, in Puglia il conte Umfredo muore. Dal suo letto supremo chiama Roberto, facendo cenno della mano ad un frate, che apprestavagli la comunione, di attendere ancora un istante.

« Fratello caro » a Roberto egli parlò « quanto amore io ti abbia posto tu lo sai. Io di Normandia ti chiamai in questo paese, io sempre ti tenni il più prode dei miei guerrieri, il più saggio nei miei consigli; e le missioni più perigliose affidai sempre a te. Ora muoio qui, lontano dalla nostra patria, in questa patria novella che mi ha conquistata la spada. Il libero volere dei conti normanni mi elesse a loro duce, proclamandomi conte di Puglia: l'imperatore Enrico III mi investì del paese da noi conquistato: il papa rese santi i nostri acquisti dichiarandoli tutelati dalla Chiesa, dandomene anch'esso investitura. Tu sai che Drogone succedette a Guglielmo, perchè senza prole, ed io a Drogone, perchè senza figli ancor esso. Ora io ho figliuoli. Per le nostre patrie costituzioni tu sai ancora che gli Stati del padre eredita il figlio. Ti raccomando dunque il mio figliuolo Baccelardo. Giurami, Roberto, giura al tuo fratel moribondo che tu sarai il padre di Baccelardo, che gli conserverai i conquisti di che i Normanni mi fecero capo, che lo addestrerai al governo, giuramelo sui piedi di questo Cristo che abbraccio, su quest'ostia che deve comunicarmi ».

E Roberto, stendendo una mano sull'ostia e prendendo dall'altra il crocifisso, fra molte lagrime, cadendo ai piedi del letto del fratello, gridò:

« Giuro su questa santa ostia e su questo Cristo che il tuo volere sarà fatto, fratel mio caro ».

» Umfredo radiò di gioia negli occhi, assunse l'ostia, e morì.

» Ora, baroni, Roberto non ha mantenuto il giuramento, e Baccelardo, il figliuolo del caro fratello suo, va ramingando di terra in terra, sprovvisto di ogni cosa, spogliato dei suoi Stati, perseguitato come il lupo, dannato a terribile morte da suo zio. Cotesto zio è Roberto Guiscardo. Giudicatelo.

—Uhm! giudicatelo! mormora l'abbate di Farfa dal fondo del suo cappuccio: e chi si incarica di eseguire la sentenza?

—Se altri manca, Dio! sclama il cancelliero del papa rizzandosi sul suo seggio.