—Proseguite le vostre accuse, signori « torvo e pensoso dice a sua volta Gisulfo » io parlerò per ultimo.

Allora dal fondo della gran sala sorge un altro cavaliere che tirandosi fino innanzi della tavola del cancelliero favella:

—Ed io accuso Roberto Guiscardo come spergiuro di altra promessa.

—Egli ha promesso di non tenerne mai una! mormora una voce stridula dal fondo della sala.

—Pare che la sia proprio così, soggiunge il cavaliero che aveva cominciato a parlare. Infatti udite questa. Sotto la fortezza di Malvito i Normanni avevano consumato lungo tempo in assedio, senza niuna speranza di prenderla. Una mattina un araldo d'armi, preceduto da banderaio con bianco pennoncello e due trombettieri, si presenta avanti alle porte e dimanda esser introdotto. I sergenti vanno a prender l'ordine, e non passa guari, si apre una porta di soccorso per fare entrare l'araldo. Il sire di Malvito, in piedi nel vestibulo del suo castello, lo aspetta, tutto pronto a ricevere i patti della tolta dell'assedio. L'araldo invece gli dice:

« Messer Asclettino, il mio nobile signore Roberto Guiscardo conte di Puglia vi manda salute e prosperità. Nel tempo medesimo prega la cortesia vostra che vogliate concedere sepoltura nella vostra chiesa al suo compare Brado, morto la notte scorsa di ferita al ventre, onde come scomunicato non venga sotterrato in rasa campagna. Che perciò egli in nome di Dio promette che domani toglierà il campo dalle mura e sulle reliquie dei santi ve ne fa sacramento.

« Bene sta, risponde Asclettino; il sire di Malvito che non teme i Normanni vivi non avrà paura degli estinti, nè incrudelirà verso i morti. Torna dunque al conte Roberto e digli: che noi gli diamo parola di cavaliere, col favore di Gesù Cristo, di non aprir mai le porte nostre ai soldati normanni finchè ci resteranno polpe alle braccia e cuoi a' calzari; ma che non le chiuderemo giammai ai loro cadaveri—dovessero pure cercarvi ricovero tutti quanti sono.

« Mille mercè, sire di Malvito, riprende l'araldo, ed Iddio misericordioso non ascolti le vostre parole.

La sera infatti il medesimo araldo si presentava alle porte per dimandare passo al funebre corteggio di compar Brado, giusta la permissione del sire di Malvito. Sotto una bara coverta da ampio drappo giaceva il cadavere: quattro cavalieri, armati solamente delle spade, ne sostenevano i lembi, quattro frati se la recavano sul dorso ed altri sei frati con ceri accesi venivano dietro cantando misereri e Deprofundis.

—Che lusso di frati! Ne avevano dunque delle caneve nel campo? grida l'uno.