—Io levo la mia, risponde solennemente il cancelliero del papa, alzandosi in piedi. Vi è chi dubiti di mia parola?

Nessuno fa motto. Il campione della Chiesa allora soggiunge:

—Finora i laici hanno rispettato codesto malvagio priore perchè egli giammai offese nè le loro persone nè le loro possessioni—anzi e' ne' bisogni e nelle guerre di ciascuno si prestò sempre volentieri e disinteressatamente. Lo hanno temuto, perchè stretto di alleanza con Roberto Guiscardo, l'uno spalleggia l'altro, l'uno dà all'altro mano forte negli attentati, e si consigliano, e di qualsiasi potere ridono. Ma voi, baroni, voi non potrete adesso con cuor freddo udire i lamenti del Santo Padre, e saprete non solo giudicarlo debitamente, ma mandare a compimento la sentenza.

Com'ebbe detto ciò, il campione della Chiesa ritornò al suo posto e si assise. Allora dal centro dell'adunanza si leva un altro, camuffato da frate, col capperuccio tirato giù giù, ed avanzandosi fino al tavolo del cancelliere, toglie la penna e scrive affrettatamente sotto una pergamena alcune righe. Indi tornando fra gli stalli dei baroni consegna quella pergamena all'abate di Cluny, che scoverto e numerando i rosoni scolpiti nel soffitto di rovere si teneva cogli occhi levati al cielo, e gli dice:

—Padre riverendo, leggete.

L'abate mezzo assorto, mezzo alienato, si riscuote come svegliato improvviso dal sonno, e si trova fra le dita la carta. Si passa la mano sulla fronte, quasi volesse sgombrarla dalla pesantezza del sonno, e dimanda:

—Che debbo dunque fare di questo negozio?

—Leggete, leggete, ser abate, sclamano alcune voci dalla sala. Ed egli levandosi da sedere legge:

« Guiberto, per volere di Dio e di Enrico III imperatore, priore nel monistero di Lacedonia e barone, ad Alessandro II antipapa, salute e pace se la desidera ».

« Avendo inteso, monsignore, che voi di pieno arbitrio, provocato da sfortunato cavaliere, dal vostro cancelliere prevaricato, avevate intimato un placito in cui i medesimi baroni ed ecclesiastici dovevansi fare accusatori e giudici di me, priore e barone, e del duca Roberto Guiscardo, ed indi metter forse ancora esecuzione alla sentenza, la quale per istigazione di voi e del vostro leal cancelliero non mancherà tornarci contraria; ho creduto rispondere di per me ad alquante accuse fattemi pure altre volte, qualunque si fosse l'autorità di codesti giudici, e meglio per giustificarmi innanzi di loro, come cavaliere con cavalieri, anzi che reo con sculdaschi; ricordandovi inoltre cose a voi o mal conte, o mal gradite, o non volute rammentare. Bene inteso però, che, di voi parlando, monsignore, voglio sempre significare il vostro cancelliero, con me tanto grazioso, ed innanzi al mondo tanto santo.