—Essi non dimenticarono nulla, ser papa « lo interruppe il giovane » tratto il nobile giuramento che profferirono prendendo il cingolo di milizia. La religione non si difende più: la donna vilipesa, l'orfano spogliato non trova più braccio generoso che per essi si levi. E sta bene, baroni; la paura di Guiscardo vi ha infiacchiti nell'anima. Ma quelle offese, che per altrui oggi non vendicate, da un dì all'altro sopra di voi ancora cadranno, sopra di voi sicuri in boria indolente.

—Ma, col vostro permesso, santo padre, chi fia codesto temerario che ci viene a vilipendere di modi così villani? » dimanda il principe di Salerno, traendosi innanzi sino al soglio del papa.

Il giovane stava per rispondere, Alessandro gli fa cenno della mano e dice:

—Chi, messer principe? un inviato del Signore sicuramente. Egli ci ha chiamati vili perchè lasciamo conculcare la santa dignità, di cui noi, servo dei servi di Dio, fummo investiti. Egli si è apposto. Noi abbiamo scagliati gli anatemi contro codesto ribelle priore e contro codesto Guiscardo; abbiamo pianto su i mali della Chiesa ed invocata la forza laicale. I vigliacchi dunque siete voi, o baroni, che ci vedete spogliare, ci vedete offendere, e non curate delle nostre preghiere. Sa Iddio se questa amara parola di codardi noi vi avremmo mai fatta udire; ma poichè dessa uscì di bocca ad un generoso, se la tolga cui spetta, che noi la nostra missione compimmo fin dove la carità ci consigliava.

—Morte al priore, morte a Guiscardo « scoppiarono allora unanimi quanti erano nella chiesa, infiammati » vendetta, vendetta!

—Ah! « sclama il giovane sogghignando e rimettendo il pugnale nella vagina » levate pure la voce, levatela forte, messeri, chè Roberto è lontano, assai lontano per udirvi, il priore troppo immerso fra i bagordi delle sue concubine. Ma guardatevi bene, baroni, studiate attentamente di non inchinarli abbastanza umilmente quando essi vi saranno da presso, chè le incaute parole di questa mattina sono sentenza di morte per vassalli i quali ai loro padroni forfanno.

—Se questo ragazzo ha il braccio libero come ha lo scilinguagnolo, eh! eh!—mormora di nuovo una voce dal gruppo dei baroni.

—Noi non siamo vassalli di chicchessia, arrogante baccelliere « grida a sua volta il principe di Capua » nè di alcuno temiamo dopo il Signore. Il duca Roberto Guiscardo, il valvassore di Lacedonia, non ci oltraggiarono mai direttamente perchè noi, con l'aiuto di Dio, sappiamo bene come le offese si vendicano, e speriamo nell'arcangelo del Gargano ed in questo barone s. Benedetto di mostrarlo un poco anche a voi, se pur siete cavaliere. Il solo torto che abbiamo a rimproverarci d'innanzi a Dio gli è di non aver prestato mano al santo pontefice nelle sue querele con questi due baroni. Ebbene, per quelle sante reliquie dunque giuriamo che non saranno passati sei mesi...

—Col vostro beneplacito, principe « s'interpone Gisulfo » arrestatevi: non profferite giuramento che forse un giorno vorreste non aver fatto. Io non difendo il duca Roberto perchè mi viene cognato, nè il priore di Lacedonia perchè mi è amico. Ma le nostre leggi ordinano di non condannare alcuno, che prima non fosse stato citato e giudicato. Io quindi mi appello a voi, santo padre, di aprire un placito, dove le accuse contro costoro fossero più formalmente profferte e da loro pari discusse. Poi, se la sentenza che profferiranno li condannerà, io che adesso per loro campione mi constituisco, io il primo mi adopererò onde eseguirla. Ho detto, e la parola di un principe valga per voi più di quella di codestui, che se non è matto, è bene insolente e merita castigo.

—Uhm! meritare l'è uno, darglielo è un altro; ci badi messere, susurra taluno di mezzo all'adunanza.