Questi era Ugone abate di Cluny, quando, uomo come gli altri uomini, alla vita terrena intendeva ed alle bisogne di questo mondo. Ma una volta sollevato nei bui circoli della metafisica di Aristotile, una volta preso ed impaniato in quel sistema—e qualcuno osava medesimamente dire che talora l'abate lo facesse a disegno per sottrarsi a cose a lui poco grate—una volta tolto in visione allo empireo dello Stagirita, Ugone si astraeva per segno che nè le miserie, nè le gioie della terra lo toccavano più, addiventava apata, inurbano, disadatto, perdeva ogni avvenenza di maniere, ogni attitudine a maneggiare affari, ogni sentimento di cristiano e di uomo.
Fortunatamente questi parossismi di alienazione in lui non erano nè lunghi, nè spessi. Egli aveva coscienza di quella malattia, chè malattia bella e buona poteva addimandarsi tal feroce meditazione. Che perciò ogni mezzo metteva in opera onde distorre la mente da lucubrazioni scientifiche. Ed ecco perchè amava i piaceri, i più delicati ed i più grossolani; usava le corti; accettava ambascerie; cercava la compagnia delle dame; banchettava lautamente; impazziva dietro a cacce ed a giullari; correva ai passi d'armi ed ai giudizi di Dio, dotto mastro in decidere di colpi di daghe e di levate di falchi; nutriva grossa corte di alani, smerigli, cantarini e destrieri. La solerzia però che avvedutamente piaggiatrice e delicata adoperava negli affari, faceva sì che poco e' si potesse ridurre al beato soggiorno di Cluny, cui lo stizzoso s. Pier Damiano, in una sua pistola (lib. VI, 4) chiama orto di delizie fecondo di grazie diverse in gigli e rose, compiuto campo del Signore, ubi velut acervus est coelestium. I principi ed i pontefici appellavano Ugone a compositore dei loro negozi, lo spiccavano ad oratore per gl'interessi dei loro Stati. Ed e' volentieri toglievasi dal sollazzevole soggiorno, e viaggi sosteneva e disagi per rendere altrui servigio. Perocchè la carità non ebbe ultima fra le molte sue virtù.
Così che, come il vescovo di Bovino si condusse alla tenda dei legati per guidarli al padiglione del duca Roberto, Ugone si volse ad Alberada e le disse sotto voce:
—Figliuola, noi abbiamo avuti dal santo pontefice ordini diversi; voi quello di ricondurre al bene il priore Guiberto, io quello di metter la pace fra i due principi. Pensate quindi a compiere la vostra parte, chè io farò di sdebitarmi della mia.
—Dio ci secondi, risponde Alberada. E l'abate uscì.
Roberto Guiscardo già lo attendeva. Sotto magnifico padiglione di seta di Persia e tela d'India, tolto all'emiro saracino nella conquista di Sicilia, aveva fatto rizzare un trono coperto di velluto di Venezia colore azzurro riccamente ornato. Su quel trono egli sedeva, vestito del suo manto ducale, robone di colori diversi, lungo fino ai piedi, soppannato di ermellino; in testa il berrettino traversalmente cinto da zona d'oro, senza raggi, ornata di gemme—che era appunto la corona di duca; l'anello al dito; la spada al fianco. Parte dei suoi dodici conti, e dei suoi capitani, rifulgenti d'armi e la testa scoverta, stavano in piedi nella tenda. A fianco al duca, sovra sgabello più basso, sedeva Sigelgaita, cui nessuno distintivo di femmina avrebbe contrassegnata, se non fosse stato dal bel giacco di maglia, intessuto di anelletti di oro e di argento, che là, sul petto, le si arrotondava di graziosa maniera, e dalle chiome inanellate che nudriva più lunghe degli altri—quantunque le donne longobarde vergini usassero portare intere le chiome e le tagliassero maritate. Ai piedi della sedia ducale stava un paggetto di forse dodici anni, nei cui turchini sguardi ben leggevasi quella scaltrezza prudente e vigorosa che in tanta fama lo tornò poi, e tanto alto le levò. Questi era Boemondo, più tardi principe d'Antiochia, figlio di Alberada e di Roberto.
All'avvicinarsi dell'abate, Roberto gli fece grazioso saluto e lo invitò a sedere. Ugone si recò a baciare la mano della duchessa, e s'inchinò prima al duca poi ai baroni che così pomposa corte gli componevano. Indi presentò la lettera del papa. E Roberto la prese dalle mani di lui e la passò al vescovo di Bovino, il quale lesse a voce alta e sonora:
« Gregorio VII, Pontefice massimo, servus servorum Dei, a Roberto Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia salute ed apostolica benedizione, se vorrà meritarsela.
« Sappiate, signore e figliuolo, che abbiamo date nostre lettere credenziali ad Ugone abate di Cluny, il quale ve le presenterà: e lo abbiamo altresì investito di poteri quanti bastano perchè voi possiate con lui trattare sovra tutte le cose che egli esporrà. E con ciò siate sicuro che noi ci obblighiamo a tener per buono e valevole qualsivoglia accordo verrà fatto tra voi, e che ci compiaceremo molto se ai nostri consigli darete fede e compimento. Vi mandiamo intanto la nostra apostolica benedizione, e vi esortiamo a rendervene sempre più degno per l'avvenire ».
Datum Romæ, sub annulo piscatoris, Postridie nonas iunii anni MLXXV.