Il castellano, che stava fuori a guardare la porta, al vederlo retrocede di un passo, ed abbassa gli occhi. Ildebrando gli ordina:
—Al compiuto imbrunirsi della notte voi stesso, uomo misericordioso, guiderete a palazzo questa donna avvolta in cappa di frate benedettino. Imparate però ad interpretar meglio i nostri ordini per l'avvenire, ed a compierli giusta la nostra intenzione.
—Santo padre, benedicite; e mi porti il diavo.... perdono.... sarà fatto il vostro volere.
—Santo padre!! sclama Alberada sbalordita, e resta fisa ed immobile a guardare Ildebrando, che seguíto dall'abate di Cluny si allontanava.
Ildebrando era divenuto Gregorio VII.
III.
Aristod. Or che n'è tempo
Assicuriamci e ragioniam di pace.
Lis. E l'accettarla e il ricusarla a tutta
Tua scelta l'abbandono.
Aris. Udirne i patti
Pria d'ogni altro conviensi.
Lis. Eccoli e brevi.
Monti.
I legati dunque che papa Gregorio mandava a Roberto Guiscardo ed al principe di Salerno erano Alberada, camuffata della cocolla di frate, sì che pareva giovanissimo novizio, e l'abate Ugone di Cluny, entrambi incaricati di missione diversa. Conciossiachè se Alberada ebbe quella delicata di ricondurre il priore sotto le leggi della Chiesa ed a riconciliamento con Ildebrando, Ugone una più difficile doveva compierne, e nel tempo stesso segreta, per modo che la politica del pontefice doveva sentirsi, non dichiararsi di qual si voglia maniera. E per vero forse il solo abate di Cluny poteva condurre al fine sperato quella bisogna non trovandosi alcuno meglio adatto di lui a tal genere di pratiche nella corte del papa. Tuttavia questa e' si aveva tolta a malincuore. Poichè aveva compreso bene l'animo ed i disegni di Gregorio, avvegnachè questi non si fosse con lui aperto, e non gli avesse ingiunti i suoi severi ordini che in laconici ed oscuri detti, come soleva.
Ugone abate di Cluny, poteva dirsi la più eccellente pasta d'uomo quando arrivava a perder di vista le dottrine di Aristotile. Nei filosofemi di costui egli aveva cercato addentrarsi, con una perseveranza e con una pazienza da fare spavento, oggi che la più astrusa sapienza si succhia da vasi sparsi di soavi liquori. Compagnevole poi, motteggiatore, ilare, amico dei piaceri, si faceva amare dalle donne, desiderare nelle brigate, dove con venustà d'ingegno soleva raccontare aneddoti, miracoli, leggende di santi, storie di paladini e di fate, ed avventure occorsegli pei molti suoi viaggi. La sola macchia che poteva forse apporglisi era quel suo pizzicare un tantino di gioliva comare, quel piccarsi di sapere per minuto i fatti altrui. Ma tal difetto gli si menava buono volentieri, quando e' ne contava delle così saporite a proposito dei pontefici e dei principi che allora conducevano Europa. Ugone sapeva vivere bene fra tutte le classi; trovava sempre alcuna cosa di piacevole a dire a chiunque bazzicava con lui, passava volentieri sui peccatuzzi e sulle debolezze di chicchesia, desideroso che alle sue scappatuccie si desse pure passata. Non borioso della dignità di abate, nella quale eguagliavasi ai più grossi baroni ed infeudava castelli e terre: coi superiori lusingatore non servile, cogl'inferiori caritatevole e blando. In una parola Ugone coglieva il buono ed il piacevole dei suoi tempi difficili; alle tristizie non s'inchinava, ma non si ribellava neppure, come quel severo uomo di Gregorio VII praticò. La regola della condotta di lui chiudevasi in due parole: fare a suo modo, con l'orpello dell'onore e del dovere: altrui tollerare.