—Ciò non mi basta, riprende Ildebrando, mi è d'uopo che tu giuri altresì sull'ostia consacrata il giorno di Pasqua, chiusa in questa reliquia, che se Guiberto non ascolta le tue parole o non crede alle mie promesse, tu tornerai a me; che se egli vorrà per forza ritenerti tu gli sfuggirai; e che se non avrai mezzo a sfuggirgli, eleggerai piuttosto darti morte, che mancare al giuramento di qui rivenire.
Alberada rimane perplessa un momento, pensando la terribile promessa che a lei si richiedeva, poi dimanda:
—E tornando che cosa mi si riserba, messere?
Ildebrando ristà un istante e risponde:
—La morte.
—Bene sta, sclama Alberada, purchè sia una morte sollecita, una morte senza infamia e vereconda, io giuro.
—Una morte sollecita, senza infamia, senza oltraggio.
—Io giuro dunque, continua Alberada cadendo in ginocchio, giuro su questa sant'ostia che chiude il corpo di Nostro Signore, giuro di adoperarmi tutta per indurre la conciliazione tra voi ed il priore di Lacedonia, o di ritornare qui se la mia commissione, per qualsiasi evento, non riesca, o di non toccar cibo per trenta giorni, fuori della comunione, se vorrà ritenermi per forza. E se spergiuro, possano i demoni impossessarsi di me e menarmi senza posa pei quattro venti della terra, come Malco che diede lo schiaffo al signor nostro Gesù Cristo.
—Amen, risponde Ildebrando tutto radiante di gioia, seguimi adesso.
E sì dicendo si avvia, apre l'uscio senza curare di ravvilupparsi nel mantello, ed esce.